L’AQUILA – “Nei casi giudiziari sulla costruzione di manufatti provvisori ritenuti abusivi, i giudici dovranno considerare l’elemento psicologico, valutare se c’è reato sotto l’aspetto dello stato di necessità: i genitori in difficoltà che non sapevano dove ricoverare i figli se non sotto le tende e magari si sono costruiti una casetta del giardino hanno commesso reato?”.

Questo il dubbio lanciato ai microfoni di AbruzzoWeb dall’avvocato Vincenzo Calderoni, che sta difendendo alcuni dei cittadini indagati per la realizzazione di “casette” dove alloggiare dopo il sisma del 6 aprile 2009.

Per il legale l’aspetto psicologico avrà una rilevanza fondamentale nel prosieguo delle inchieste, così come l’assenza di normative di dettaglio in alcuni Comuni rispetto alla “norma cornice” statale, il decreto Abruzzo, che prevedeva la possibilità generica di realizzare abitazioni d’emergenza.

“Nei Comuni come quello dell’Aquila – rileva Calderoni – ci sono state delibere per prendere provvedimenti e si è data una certa diffusione: i cittadini potevano confrontare il loro operato con questa delibera, la numero 58”.

Viceversa, Calderoni nota che “nel resto del ‘cratere’, non tutti i Comuni hanno avuto la prontezza, la capacità, l’efficienza di produrre criteri omogenei, oggettivi ai quali i cittadini si potessero raccordare. Si è creato un falso convincimento – aggiunge l’avvocato – quello che chi aveva necessità emergenziali aveva il diritto a costruire case per l’emergenza”.

“Il legislatore statale – prosegue – diceva che l’emergenza poteva essere gestita anche attraverso la costruzione di case emergenziali e il Comune di residenza non aveva normato e dato criteri oggettivi di riferimento”.

“Di conseguenza coloro che hanno costruito case per l’emergenza lo hanno fatto sprovvisti di riferimenti normativi, nella convinzione che si potessero costruire tout court”, conclude Calderoni. (alb.or.)