L’AQUILA – “Questi imputati sono vittime sacrificali da immolare”.
È uno dei passaggi della lunga arringa dell’avvocato Tullio Padovani, del foro di Pisa, difensore di Guido Angiolini, amministratore delegato di Montedison dal 2001 al 2003, pronunciata nel corso del processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila sulla cosiddetta mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara) della Montedison.
“Gli imputati, in questo caso, sono necessari per fare il processo, ma sono solo ostaggi processuali reclutati con tecniche sommarie di rastrellamento. Sono come burattini – ha proseguito il legale, secondo quanto trapelato dall’udienza a porte chiuse – Qui non vengono contestate condotte precise e inoltre si valutano comportamenti e condotte di 50 anni fa con criteri attuali”.
In riferimento al suo assistito, l’avvocato Padovani, uno dei più noti della nutrita truppa dei difensori dei 19 imputati, ha spiegato che “Angiolini entra in Montedison nel 1993 chiamato da Enrico Bondi, proveniente dalla Snia Viscosa”.
“Prima di allora non aveva avuto nessun rapporto con Bussi. Fu chiamato a gestire tutta la galassia del gruppo per risanare il bilancio dopo il caos della famiglia Ferrruzzi – ha continuato Padovani – Era, quindi, il braccio destro di Bondi. Ora mi chiedo come si fa a imputare a questo manager un disastro ambientale o una contaminazione risalente a tanti anni prima, quando doveva occuparsi di decine e decine di società”.
Secondo il legale, “doveva solo risanare il bilancio. Se le cose stanno così si potrebbe anche chiamare in casa lo stesso Bondi”.
Padovani ha ribadito la negazione dell’esistenza del reato di avvelenamento sostenendo che la tutela delle acque c’è al momento in cui si emunge: “Non è pericolosa l’acqua che nessuno berrà”.
“I 3,7 miliardi di lire spesi negli anni per il risanamento possono rappresentare una strategia d’impresa per distruggere l’ambiente? Il pubblico ministero non ha voluto tenere conto di questi fatti, le accuse sono solo nella sua mente”, ha rincarato l’avvocato Marco De Luca del foro di Milano, secondo difensore di Angiolini.
“C’è una contraddizione profonda con le tesi dell’accusa e rigettiamo duramente le ipotesi di dolo e avvelenamento, chiediamo l’assoluzione per Angiolini con la formula più ampia perché il fatto non sussiste”, ha concluso il legale.
La prossima udienza è fissata per venerdì prossimo per dare spazio ancora alle difese. Successivamente è stata fissata la data del 7 febbraio per le repliche della procura generale e dell’Avvocatura dello Stato.
La sentenza è prevista per metà febbraio, ma la data delle possibili repliche delle difese e poi della camera di Consiglio non è stata ancora fissata dal presidente del collegio, Luigi Catelli.
A questa fase del procedimento all’Aquila si è arrivati dopo il pronunciamento dello scorso marzo della Cassazione che ha convertito in appello tutti i ricorsi presentati “per saltum” alla Suprema Corte.
In Corte d’Assise a Chieti, il 19 dicembre 2014, 19 imputati erano stati assolti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere mentre il reato di disastro ambientale è stato derubricato in colposo e, quindi, prescritto.
L’indagine della procura di Pescara sulla mega discarica dei veleni prese il via nel 2007 con la scoperta da parte del Corpo Forestale di circa 185 mila metri cubi di sostanze tossiche e pericolose in un’area di 4 ettari nei pressi del polo chimico di Bussi.
L’esito della sentenza di primo grado ha provocato alcune inchieste giornalistiche che hanno prodotto indagini da parte della procura di Campobasso nei confronti del giudice Camillo Romandini, presidente del Collegio in Assise, per presunte pressioni sui giudici popolari.
A seguito dell’indagine, il ministero della Giustizia ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti del giudice, mentre la procura generale della Cassazione sta svolgendo le indagini del caso.






