BUSSI SUL TIRINO – “La rimozione meccanica richiederebbe uno scavo di qualche ettaro, profondo come un palazzo a quattro piani. Lo scavo andrebbe fatto dentro la falda che dovrebbe essere confinata con opere che richiedono un impegno pari alla costruzione di alcune dighe. Durante lo scavo occorrerebbe estrarre comunque l’acqua di infiltrazione con potenti idrovore azionate h24, se basta; inoltre occorrerebbe demolire l’autostrada i cui piloni sono infissi dentro l’area da scavare e risistemare il traffico che non può essere sopportato dalla vechhia strada (si pensi alle salite di Scafa a Collemorto e alle file di camion che salgono a passo d’uomo)”.
Giovanni Damiani, storico ambientalista ex direttore tecnico dell’Agenzia regionale della tutela ambientale (Arta) ed ex assessore regionale dei Verdi, si dissocia dal coro di “no” al progetto di Edison, che per la bonifica delle aree inquinate del sito d’interesse nazionale di Bussi sul Tirino (Pescara) ha proposto la combustione del terreno inquinato, tecnicamente chiamata “desorbimento termico”, un processo di depurazione del suolo inquinato che rimuove i contaminanti organici volatili e semivolatili contenuti nel terreno da bonificare vaporizzandoli.
Una proposta per la rimozione definitiva dei rifiuti interrati nell’ex polo chimico nel corso degli anni, che non ha convinto gli enti, a partire dal Ministero dell’Ambiente, che hanno chiesto già due volte all’impresa di modificare il progetto, pretendendo la completa rimozione del terreno inquinato.
“Il termine ‘desorbimento’ è il contrario di ‘assorbimento’. Uno strato di limo e argilla situato ad una profondità di circa 8-12 metri, in falda, sotto la discarica e il fiume, ha mostrato con le indagini integrative svolte, di aver trappolato per assorbimento sostanze organo-clorurate che sono migrate verticalmente anche per trascinamento (e non per solubilizzazione!) delle acque meteoriche nel corso dei decenni”, spiega Damiani.
“Il problema è come estrarre quel materiale per bonificare quei terreni profondi. Esistono tecniche di desorbimento, finalizzate a riportare in superficie gli inquinanti, portati a temperature elevate nel sottosuolo, e poterli estrarre e trattare. Dal riscaldamento under-ground e dalla pressione che si verifica, si ottiene la rottura delle molecole, una loro volatilizzazione (gassificazione), per poterli estrarre in superficie insieme al vapore”.
“Falso quindi dire che i rifiuti resteranno lì dove si trovano o che verrebbero solo resi ‘innocui’. Per il miscuglio di inquinanti e vapore estratti e portati in superficie, a lotti di cinque metri quadri alla volta, è prevista una doppia linea di depurazione”, continua l’ambientalista, “separate le fasi (gas e vapore e fase liquida), una linea depurerà dagli inquinanti estratti sottoforma di gas e un’altra l’acqua”.
“Si è fatta confusione tra i rifiuti allocati in superficie (risultati speciali non pericolosi) da rimuovere e gli inquinanti andati in profondità per cui è stato proposta l’estrazione per desorbimento”.
“Chi ha sostenuto il ‘no’ a tutto e che gli inquinanti in profondità vanno genericamente rimossi in modo diverso, senza peraltro suggerire alcuna alternativa, non si rende conto di quello che dice”, continua Damiani.
Per percorrere la strada chiesta dal Ministero e dagli altri enti, poi, “si tratterebbe di sistemare tutto il materiale scavato da qualche parte. E poi, una volta raggiunto lo strato contaminato in profondità, procerere ad asportarlo e a trattarlo. Vi pare una cosa realisticamente possibile?”.
“Il desorbimento termico può funzionare: dipende dalle temperature a cui si opera, dai tempi di trattamento, dall’efficiacia dell’estrazione, dall’estensione delle aree trattate ciascuna a piccoli lotti di 5 metriquatri, ma, percarità, il no a priori che è stato sollevato e che ha creato confusione e pervaso i mezzi di informazione è, ancora una volta, inaccettabile e frutto di ignoranza”, dice ancora l’ex direttore dell’Arta, per il quale sono “da censurare anche le istituzioni che si fanno intimidire da quei no, ad eccezione dell’Ispra”.
Per Damiani, insomma, “si sarebbe potuto esprimere parere favorevole discutendo la tecnica e richiedendo al Ministro di apporre prescrisioni per condizioni operative, obiettivi di concentrazioni limite da raggiungere e verifiche di efficacia. Invece il vaniloquio ha contribuito, involontariamente, solo ad accumulare ritardi e persino a mettere a rischio l’impegno di Edison nella bonifica”.





