L’AQUILA – C’è di peggio in Italia, ma l’Abruzzo non può certo essere definita, come accaduto per anni, un’isola felice, immune dalla nauseabonda presenza della criminalità organizzata. A confermarlo sono ora anche i dati del Ministero degli interni, a cui il quotidiano Il Centro ha dedicato un approfondimento a firma di Angela Baglioni.

Dal dossier ministeriale risulta infatti che sono 310 gli immobili, a cui si aggiungono 27 aziende, sequestrate in Abruzzo alla mafia, e più in generale alla criminalità organizzata. C’è un po’ di tutto, ma in particolare ville, appartamenti, box auto e ancora bar, pub e ristoranti, officine meccaniche, aziende agricole, uffici e società finanziarie.

A guidare la classifica delle province con i sequestri maggiori c’è Pescara, con 108 provvedimenti, seguono Chieti con 105, Teramo con 56 e L’Aquila con 41.

Numeri lontani dagli 11.314 immobili, più 1.231 aziende, sequestrate in Sicilia, o al nord, da quelli della Lombardia, 2.753 immobili e le 335 imprese.

Ma sono pur sempre numeri che devono destare allarme, perché confermano che anche in Abruzzo la criminalità organizzata viene a investire i suoi proventi, un fiume di denaro sporco da “ripulire” e che scaturisce in primis dal traffico di droga, dal racket, e dall’usura.

Del resto la Direzione investigativa antimafia (Dia), nella relazione semestrale al Parlamento, della primavera 2018, aveva parlato di un accordo tra ‘ndrangheta e mafia siciliana per “spartirsi” Abruzzo e Molise.

E senza andare troppo lontano nel tempo, a gennaio di quest’anno anche a San Vito Chietino sono stati messi i sigilli a immobili e terreni della camorra, riconducibili ad Alberto Bova, 44enne di Napoli, residente a Cesenatico dove è sottoposto ai domiciliari. L’uomo è ritenuto un affiliato del gruppo criminale facente capo a Maurizio Garofalo, elemento apicale del clan camorristico dei “Falanga” attivo a Torre del Greco.

Altri immobili sono stati poi sequestrati, in tutta Italia, e anche in provincia dell’Aquila e in quella di Teramo, in possesso di un 60 enne foggiano residente a Teramo, dedito all’usura, all’estorsione, gioco d’azzardo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla prostituzione.

Tornando al dossier del Ministero, emerge che delle 27 aziende sequestrate in Abruzzo, 26 risultano ancora “in gestione”, cioè in attesa del provvedimento di confisca definitivo. L’unica per la quale è stato disposto il provvedimento definitivo si trova a Vasto.

Per quanto riguarda le altre 26, a detenere il primato è la provincia di Teramo, con 10 aziende sequestrate, 9 sono in provincia di Chieti, 5 sono in provincia di Pescara, 2 in provincia dell’Aquila.

Per quanto riguarda gli immobili, 63 sono già stati trasferiti al patrimonio dello Stato, altri a enti territoriali che li utilizzano a scopi sociali.

Giova anche ricordare che alla luce di un’indagine fatta nell’autunno 2018 dall’associazione Libera, la conoscenza dell’esistenza di uno o più beni confiscati in Abruzzo è poco diffusa: meno della metà dei rispondenti ha informazioni al riguardo, un dato decisamente inferiore alla media nazionale. Nella grande maggioranza dei casi – circa otto su dieci – i beni confiscati sono percepiti come una risorsa per il territorio, capace di portare benefici all’intera comunità locale. Per quel che concerne le opinioni relative a quale debba essere l’utilizzo dei beni confiscati, secondo i rispondenti, dovrebbero essere destinati in misura prioritaria a cooperative orientate all’inserimento lavorativo dei giovani (34,2%) e in seconda battuta, alla realizzazione di luoghi pubblici di aggregazione e di educazione alla cittadinanza (25,7%).
 
A poter dare un salutare input alla destinazione d’uso dei beni sequestrati alla criminalità organizzata, è il recente potenziamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc), in particolare con l’incremento della pianta organica che passa da 30 a 200 unità.