L’AQUILA – “Se la maggior parte delle sanità regionali è indebitata, tra cui l’Abruzzo, è evidente ormai che il problema è strutturale, di sottofinanziamento generale del sistema. E occorre prendere coscienza che la sanità pubblica deve essere difesa a tutti i costi, perché con un regime privato in tanti non potranno curarsi, non avranno i soldi per pagarsi una assicurazione, a rischio sarebbe la tenuta sociale del Paese”.
La partita incandescente del buco della sanità abruzzese sta arrivando al redde rationem, quando intanto il Tavolo di monitoraggio interministeriale di luglio lo ha calcolato per il 2025 a oltre 126 milioni di euro. Sul tema torna ad intervenire nell’intervista ad Abruzzoweb Alessandro Grimaldi, primario del reparto di Malattie infettive dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, capo dipartimento medicina della Asl provinciale, segretario regionale Anaao e presidente dell’Ordine dei Medici della provincia dell’Aquila.
Il quadro complessivo a cui Grimaldi fa riferimento è quello che ha illustrato questa testata, in base ai dati della Corte dei conti, per il quale il debito della sanità abruzzese è passato da 12,6 a 103,8 milioni di euro, accertati nel 2024. Nello stesso tempo però anche la perdita di esercizio di tutte le regioni messe assieme si è quasi triplicata, passando da 614,8 milioni ad un miliardo e 512 milioni di euro.
Nel 2025 rischia di peggiorare ancora, con un deficit calcolato come detto dal Tavolo di monitoraggio di luglio a 126,8 milioni di euro, tanto che si è vicini al collasso e la maggioranza di centrodestra ha chiesto l’aiuto a Roma e alla premier Giorgia Meloni, con l’opposizione che evoca la catastrofe e un nuovo commissariamento, dopo quello da cui a gran fatica l’Abruzzo era uscito nel 2016.
“Per garantire un sistema in equilibrio – osserva dunque Grimaldi -, le risorse da destinare al sistema sanitario dovrebbero essere intorno al 7,5% del Pil e in Italia si è da anni al 6%. Bene dunque le risorse aggiuntive che il governo Meloni ha deciso di mettere in finanziaria, alla luce del fatto che abbiamo ora una una nuova generazione di farmaci più efficaci, ma anche più costosi, come pure si stanno opportunamente aumentando le assunzioni di personale”.
Ma questo non basta si rammarica Grimaldi: “con questi soldi non potremo certo colmare la mancanza di personale effettiva, visto che parliamo di 25.000 persone. I costi aumentano con l’inflazione creando ancor più sofferenza al sistema sanitario. Capisco che l’Italia ha un grosso debito pubblico, ha dei vincoli finanziari da rispettare, che bisogna fare delle scelte, ma a mio modo di vedere finanziare adeguatamente il sistema sanitario pubblico dovrebbe essere una delle priorità”.
Grimaldi ha partecipato nei giorni scorsi al convegno al Senato organizzato da Guido Liris, medico e capogruppo FdI in Commissione Bilancio, “Prevenzione cardiologica: strategie per il futuro” che, spiega il primario, “ha offerto importanti indicazioni e spunti di riflessione: con la popolazione che invecchia oggi non possiamo pensare di affrontare il problema della sanità solo e esclusivamente mettendo risorse in più, ma occorre lavorare molto nella prevenzione, occorre che i fondi siano ad essa davvero vincolati, con degli obiettivi, e che non possano finire nel calderone dei bilanci generali delle regioni”.
Inoltre, “dobbiamo avere la capacità di portare nel miglior modo possibile servizi sanitari in prossimità dei cittadini, anche nelle aree interne e in questo la tecnologia ci può dare una grande mano con i sistemi di telemedicina e con l’intelligenza artificiale, per permetterci di lavorare a distanza, perché portare i medici e infermieri che mancano in queste realtà oggi è difficile e costoso”.
Resta per Grimaldi un punto fermo: la difesa, costi quel che costi, della sanità pubblica.
“Con tutti i suoi difetti in Italia è anche un elemento di grande tenuta sociale. Gli italiani rispetto a altri Paesi europei più ricchi hanno un reddito più basso, ma hanno la fortuna di avere un sistema sanitario universalistico, che riesce a dare tutto a tutti. Immaginiamo ora uno scenario in cui la sanità come altrove è privatizzata: in Svizzera per avere una assicurazione si parte da 500 euro a persona al mese, e solo per garantirsi alcuni step di assistenza sanitaria. Quindi significa che una famiglia di quattro persone ogni mese dovrà pagare 2.000 euro, cosa del tutto non alla portata per la maggior parte delle famiglie italiane. Sarebbe compromessa la tenuta sociale del Paese”.





