L’AQUILA – Contestato, al centro di innumerevoli dibattiti e polemiche, l’impianto a biomasse che sorgerà all’Aquila è stato fin dall’inizio etichettato come “la centrale di Bazzano”.

Più corretto sarebbe invece parlare di “centrale di Monticchio”.

È proprio questo, infatti, il paese che più degli altri sentirà il peso dell’impianto da 5,5 megawatt, che stando al progetto dovrebbe sorgere nei pressi di un salumificio e di un call-center di recente realizzazione, a circa 200 metri in linea d’aria dal centro abitato.

Più in sordina rispetto agli altri comitati e associazioni anti biomasse, come la onlus “Salviamo Paganica”, anche a Monticchio gli oppositori all’impianto si sono mossi, ricorrendo alle vie legali.

“Abbiamo inoltrato un ricorso al Tar che verrà discusso a giorni – spiega Enrico Cocciolone, consigliere della circoscrizione Bagno-Monticchio e membro del comitato civico ‘La terra dei figli’ – ma a differenza dell’associazione di Paganica abbiamo chiesto l’annullamento, non la sospensiva degli atti. Intanto stiamo valutando anche se ci sono gli estremi per un esposto in Procura”.

I motivi per opporsi a questo impianto, secondo Cocciolone, sono molti. “La centrale brucerà 4 mila quintali di legna al giorno, possiamo immaginare quanto fumo si produrrà. Per non parlare del traffico dei mezzi pesanti per l’approvvigionamento del legname, che si andrà ad aggiungere a quello già presente in questa zona est della città, dove sono confluite importanti attività, uffici, e anche il Tribunale e l’Università. Un altro problema è la filiera corta di approvvigionamento, assolutamente insufficiente a coprire le esigenze di una centrale a biomasse da 5,5 megawatt”.

Nella riunione che si è svolta lo scorso sabato 5 febbraio a “Casa Onna” tra i comitati e le associazioni oppositrici si era parlato della possibilità, da parte dell’azienda Ma&D che realizzerà l’impianto, di una delocalizzazione.

Un’opzione che però non va molto giù al comitato di Monticchio. “Per noi questa centrale non si deve proprio fare”.