L’AQUILA – Sono trascorsi 25 anni dall’approvazione della legge 109 del 1996, sostenuta da una petizione popolare, che ha consentito di restituire alla collettività centinaia di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, per un riutilizzo sociale.
Aspetto determinante di questa filiera sarebbe però il rendere pubblica in primis da parte dei Comuni la disponibilità e caratteristiche di questi beni. Accade invece che su 1.076 amministrazioni monitorate in Italia, il 67% non pubblicano l’elenco e informazioni sul loro sito internet. E in Abruzzo, ben 23 su 31, non hanno assolto a questa previsione di legge.
E’ quanto emerge da “RimanDati”, il primo report nazionale sullo stato della trasparenza dei beni confiscati nelle amministrazioni locali realizzato da Libera in collaborazione con il Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.
L’elenco dei comuni non viene fornito. Il dato è in ogni modo significativo per una regione che la Direzione investigativa antimafia (Dia), nel rapporto appena illustrato al Ministero dell’Interno relativo ai primi sei mesi del 2020, quelli segnati dalla pandemia e dal prolungato lockdown, lungi dall’essere un’isola felice, resta un “un apprezzabile territorio di approdo” per i clan della camorra napoletana, come quelli dei Contini, Amato-Pagano, Moccia e Mallardo, e per la mafia pugliese, con le batterie Moretti-Pellegrino-Lanza, Piccirella-Testa, ed anche per la Società foggiana.
Clan che non sono radicati nel territorio abruzzese, ma qui riciclano il loro denaro e riforniscono di ingenti quantitativi di droga la criminalità locale, quella straniera, innanzitutto, a cominciare dai gruppi slavo-albanesi, dai sodalizi sudamericani e, nel teramano, dai gruppi nigeriani affiliati al temibile clan criminale degli Eiye. Contiguità che è lecito supporre pure con le di famiglie di etnia rom, radicate stabilmente lungo le aree costiere della provincia di Pescara e Teramo, come quelle dei Ciarelli, Spinelli, Di Giorgio e Di Rocco.
Commentano i ricercatori, “Soni i Comuni i destinatari della stragrande maggioranza dei beni confiscati, sono un perno di questa filiera, chiamati a costruire le condizioni favorevoli alla loro valorizzazione, mettendo in campo pratiche di trasparenza dei dati, strumenti di concertazione, partenariato e coinvolgimento della società civile”.
Accade però che lascia molto a desiderare “la pubblicità dei dati sui siti istituzionali degli enti, ma l’attività di promozione al riutilizzo. Una criticità di non secondaria importanza: il potenziale insito nel riutilizzo è infatti profondamente frenato quando non si rendono accessibili, conoscibili e valutabili le informazioni sull’effettiva destinazione, sulla consistenza e sul valore dei patrimoni disponibili nei comuni”.
E infatti accade che il 62% dei comuni è totalmente inadempiente: con un primato negativo al Sud, dove i Comuni che non pubblicano l’elenco sono ben 392.
L’Abruzzo in questa speciale classifica non è messo affatto bene, solo 8 comuni sui 31 che hanno beni confiscati li pubblicizzano, per una percentuale pari al 26%.
C’è chi fa però peggio, come il Friuli- Venezia-Giulia: zero comuni su 6, il Molise, zero su 2, e l’Umbria 1 su 7.
Percentuali più alte invece in Basilicata, pubblicano 2 comuni su 3, pari al 67%, le Marche, 3 su 5 (60%), Liguria, 7 su 14 (50%), Emilia Romagna, 19 su 38, (50%) e il Lazio, 38 su 77, (49%).
“Le criticità – si legge nel rapporto – sono connesse a carenze di organico e di competenze, talvolta alla mera disattenzione e, in certa misura, ai timori di ritorsioni. Sullo sfondo, la generalizzata carenza di risorse che spesso induce le amministrazioni comunali a percepire l’adozione di un immobile come un onere irrisolvibile, non potendo sempre sostenere ristrutturazioni, bonifiche, iniziative sociali. In tal caso, al di là del deficit strutturale degli Enti Locali, può pesare anche
l’inesperienza nella progettazione su risorse comunitarie, nonostante l’introduzione della
Strategia nazionale per la valorizzazione dei beni confiscati attraverso le politiche di coesione
abbia ulteriormente esteso i finanziamenti disponibili”.
La proposta è dunque quella che “l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, elabori un documento di indirizzo da inviare a tutti gli enti destinatari di beni confiscati con un vademecum dettagliato sulle modalità e sui contenuti degli elenchi da pubblicare, anche fornendo un modello comune in grado di uniformare sul piano nazionale la pubblicazione”
. Nel vademecum andrà chiaramente indicata la sezione dei siti internet istituzionali nella quale gli elenchi vanno pubblicati. “Per dare coerente attuazione alla normativa sulla trasparenza sancita dal D.Lgs. 33 del 2013, letta in combinato con il Codice Antimafia, essa non può che essere, a nostro avviso, la sezione “Amministrazione trasparente”, alla voce “Beni immobili e gestione del patrimonio”, dove l’elenco dei beni confiscati deve essere pubblicato come contenuto specifico e non essere inserito nel più generale elenco del patrimonio immobiliare dell’ente”, si spiega ancora.






