L’AQUILA – Bancarotta colposa: Pier Luigi Boschi, padre dell’ ex ministra Maria Elena, renziana di ferro, andrà a processo insieme ad altri 13 a gennaio. Al centro della citazione a giudizio dalla Procura di Arezzo una serie di consulenze esterne date nel 2014 da Banca Etruria, di cui Boschi era amministratore. E di cui sono rimasti vittime oltre 5mila correntisti abruzzesi. In quei mesi la banca era alla ricerca di un potenziale partner per evitare il crac, ma secondo l’ accusa quelle consulenze sarebbero state soltanto una spesa inutile, tale da aggravare la posizione dell’ istituto. Pier Luigi Boschi. era stato prosciolto per due volte nella vicenda giudiziaria del fallimento di Banca Etruria, ora dovrà affrontare il terzo filone quello sulle «consulenze d’oro» decise dall’ultimo consiglio della banca nel quale, il padre dell’ex ministro Maria Elena, ricopriva l’incarico di vice presidente

Una notizia, al netto della presunzione di innocenza, che fa masticare amaro, in Abruzzo, oltre 5 mila correntisti hanno perso tutto, in primis i 1.500 della banca Etruria di Pizzoli (L’Aquila), su una popolazione di 5 mila persone. 

Vittime del crac dell’istituto bancario, e per colpa del decreto “Salva banche” del governo Renzi che, nel novembre 2015, ha salvato quattro istituti di credito in crisi dividendoli in due parti: una “good bank” cui sono stati conferiti gli attivi a eccezione dei crediti in sofferenza, e una “bad bank”, il contenitore delle suddette sofferenze. Prevendendo per gli obbligazionisti subordinati, per lo più piccoli risparmiatori, rimborsi solo entro una certa soglia di reddito familiare, circa 22mila euro, nulla per coloro che avevano sottoscritto le famigerate obbligazioni subordinate, azzerate dal salva banche, in base alla regola europea del bail-in.

L’ avviso di chiusura indagini per Boschi e altri 14 amministratori era arrivato a giugno e delineava un quadro da 4,3 milioni di euro spesi in presunte consulenze sospette. Tra queste, i pm segnalavano quella da 800 mila euro agli Studi De Gravio e Zoppini; o l’ incarico affidato da Etruria agli studi legali Scotti Camuzzi, Portale e De Marco (valore: 200 mila euro) con riferimento a una generica assistenza legale; o gli 824 mila euro per il parere giuridico dello studio fondato da Franzo Grande Stevens, storico avvocato di Gianni Agnelli e già presidente della Juventus; o ancora l’ enorme consulenza da 1 milione e 902 mila euro affidata alla società Bain & Co. Ins e un altro mezzo milione girato a Mediobanca.

 ll tutto sarebbe frutto di un “mandato in bianco” conferito dai consiglieri al presidente e al direttore generale per “determinare il compenso, la durata e quant’ altro necessario” delle consulenze, senza “nessun obbligo di rendicontazione”. 

ll padre di Maria Elena Boschi finisce invece a processo per la prima volta nella vicenda del crac di Etruria. Lo scorso ottobre la sua posizione era stata infatti archiviata nel filone relativo alla mancata fusione di Etruria con la Popolare di Vicenza, mentre all’ inizio dell’ anno era stato archiviato, sempre insieme ad altri amministratori dell’ epoca, dall’ accusa di falso in prospetto riguardo a comunicazione date ai risparmiatori per sottoscrivere alcuni prodotti.

Nel maggio 2018, si è però registrata, in Abruzzo, la prima vittoria, per gli ex correntisti e risparmiatori di Banca Etruria: l’ imprenditore aquilano, Domenico Ioannucci, presidente del comitato “Difesa dei risparmiatori della Banca Etruria di Pizzoli”, si è visto riconoscere dalla camera arbitrale dell’Anac (presidente Ferruccio Auletta) un risarcimento del 100% della somma persa.