L’AQUILA – Prima ancora di essere un elaborato artistico sono un lavoro antropologico che narra per immagini il genius loci comunitario dei piccoli paesi dell’Aquilano, il desiderio di condividere progetti socializzando. La volontà di mettersi in gioco, di sperimentare nuove tecniche, la sicurezza di utilizzare quelle già acquisite e da secoli tramandate.

Sono i 12 arazzi realizzati nell’ambito del progetto Arca – Arte, Rigenerazioni, Comunità, Abitare -, con ideatrice e direttrice artistica Silvia Di Gregorio, che da agosto scorso ha coinvolto undici comuni del cratere sismico aquilano, con la partecipazione di 14 artisti internazionali.

La realizzazione partecipata di arazzi è stata coordinata dalla tessitrice di Campotosto Assunta Perilli, partendo dai cartoni preparatori realizzati dall’artista Massimo Piunti, ispirati ad elementi caratteristici dei paesi indicati dalle persone stesse che li abitano. Uno per ciascuno dei comuni partner: Barisciano, Acciano, Fontecchio, Fossa, Ocre, Poggio Picenze, Sant’Eusanio Forconese, Scoppito, Tione Degli Abruzzi, Tornimparte e Villa Sant’Angelo, più l’arazzo realizzato dalle persone diversamente abili della Comunità 24 luglio dell’Aquila.

Attività pensata per unire metaforicamente e materialmente le persone di tutti i comuni coinvolti nel progetto, portandole a confrontarsi con una stessa pratica, quella della tessitura partecipata, ma declinata da ciascun paese in modo peculiare: ognuno ha rappresentato elementi identitari del proprio territorio, con tecniche e materiali diversi per poi unire gli arazzi così realizzati in un’installazione collettiva, che sarà messa in mostra in occasione dell’evento finale di Arca, la cui data e luogo saranno a breve ufficialmente annunciati.

A Roccapreturo, frazione di Acciano, si è poi tenuta l’ultima lezione del Munda dell’Aquila, a cura dell’archeologa Ilaria Trafficante, dedicata questa volta ad una epigrafe di età imperiale romana, dedicata al dio Silvano, trovata nel territorio fine ‘800 ed ora conservata nel museo aquilano.

Tornando agli arazzi, spiega Assunta Perilli, “non è stato facile scegliere, decidere, togliere, limare e rimettere tutto il materiale che avevamo raccolto. Man mano che arrivavano le foto dei cartoni restavo ammaliata per la loro bellezza ma mi sono arrovellata pensando a come li avremmo potuti riprodurli, mentre sceglievo le tecniche da adottare tessevo le basi su cui cucirli, ordito di lana e trama con vecchie lenzuola tagliate a strisce, ma anche reti da intonaco e antichi tessuti di lino o lana. Stabilire se sia stato un lavoro più artistico che antropologico non so dire: è invece cosa certa il divertimento, le amicizie nate e la domanda ricorrente delle donne che hanno partecipato, ‘quando sarà il prossimo lavoro che faremo?”.

A rendere più preziosi gli arazzi l’uso più disparato di tecniche tessili e affini: tessitura a mano, tombolo, ricamo ad ago, feltro ad ago, uncinetto, lavoro ai ferri, tinture naturali, ecoprinting, macramè, patchwok e tafting .

“Gli arazzi sono stati soprattutto una occasione di socialità in cui le persone coinvolte si sono messe in gioco creativamente con le proprie competenze ma anche acquisendone altre grazie alla guida sapiente di Assunta – ha detto Silvia Di Gregorio -. Abbiamo trascorso buona parte dell’estate a cercare elementi che raccontassero poeticamente i comuni coinvolti. L’intento è stato quello di restituire una visione d’insieme del territorio, dove le specificità di ciascuno non entrano in conflitto, ma vengono valorizzate dalla relazione reciproca, con affinità e differenze che si ridisegnano e si arricchiscono vicendevolmente”

A Roccapreturo, in un incontro alla presenza del sindaco Fabio Camilli, l’archeologa Ilaria Trafficante ha portato a conoscenza il significato della preziosa epigrafe, recuperata alla fine dell’800 proprio nel territorio di Acciano, nella frazione Beffi, probabilmente riutilizzata come blocco da costruzione di una chiesa, e portata all’allora Museo Civico, che poi nel 1951 ha fatto confluire le sue collezioni nel Museo Nazionale d’Abruzzo.

Sull’epigrafe è incisa la seguente frase: “Crestus, guardaboschi di Oronia Iulitta, ringrazia il Dio Silvano che ha esaudito la sua preghiera e pone questo altare per la salute della sua padrona”.

“Si tratta di una dedica ad una divinità pagana, al dio Silvano che era il dio protettore delle foreste, dei pascoli, di attività agricole e attività produttive in genere – ha spiegato l’archeologa -,  ed è una dedica che viene incisa da uno schiavo per la guarigione della sua padrona. Quindi abbiamo una donna che sta male, che è la proprietaria di un bosco dove questo schiavo lavora e lui appunto chiede a Silvano di farla guarire e il Dio esaudisce il desiderio e quindi questo schiavo decide di dedicargli l’iscrizione”.

Il Dio Silvano, ha dunque spiegato Trafficante, “è una divinità abbastanza defilata all’interno della religione romana, perché non godeva di un vero e proprio culto pubblico. Ma tante, anche in Abruzzo, sono le iscrizioni rinvenute a lui dedicate, e questo ci autorizza a pensare che sia stata una delle divinità in realtà più venerate, protettore delle foreste, dei pascoli, della caccia e anche dei confini. Venerato da persone umili, tra le quali appunto rientrano gli schiavi, un culto che invece non si è affermato tra le élite della società romana e nelle città”.

Nelle rappresentazioni a noi arrivate, Silvano appare con un falcetto in mano, o con dei frutti in mano, spesso con al suo fianco un cane. Come riferisce Catone il Vecchio, al dio Silvano, per proteggere il bestiame nel bosco, si offrivano grano, farina, carne di maiale e vino, inseriti in un vaso e consumati dopo il rituale. Un mito racconta che Silvano si innamorò perdutamente del giovane Ciparisso, ma uccise per sbaglio il suo cerbiatto. Ciparisso morì di dolore, e il dio Silvano lo tramutò in un albero. Una versione simile, ma con protagonista non Silvano, bensì Apollo è raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi.

“Un dio contadino, dunque, e si ritiene che non sia una figura di un dio greco traslata nella religione romana, anche se  spesso viene accostata  al dio Pan, anche lui legato alla dimensione dell’agricoltura e della pastorizia, però al contrario di Silvano è un dio che è metà uomo e metà capra”.

Non si hanno elementi sufficienti per dire se questo culto fosse diffuso anche tra i Vestini, popolo italico che dominò questo territorio prima della conquista dei romani.

“Purtroppo sulla religione dei Vestini abbiamo veramente pochissime informazioni – conclude Trafficante -, quello che invece è certo è che le iscrizioni a lui dedicate si moltiplicano in età imperiale avanzata, quindi è culto di derivazione romana, piuttosto che riferibili al precedente periodo italico”, ha spiegato Trafficante.

Partner di Arca, finanziato dai fondi Restart e incentrato sull’arte comunitaria sono oltre ai citati 11 Comuni, il Munda e la Comunità 24 Luglio, anche il Teatro stabile d’Abruzzo, il Maxxi L’ Aquila, l’Università dell’Aquila, The Current -Center for contemporany art del Vermont, negli Stati Uniti e la  cooperativa AppStartOnlus .