L’AQUILA – Escono gli aquilani doc, entrano gli stranieri. A quasi un anno e mezzo dal terremoto che ha sconvolto il capoluogo, la città sta cambiando volto, modificando la sua identità sociale.

L’analisi viene fuori sulla base dei dati sulle richieste di trasferimento della residenza presentate al Comune dell’Aquila, statistiche diffuse dal capogruppo dell’Italia dei valori in Consiglio comunale, Angelo Mancini.

CHI VA

Le richieste di cambio di residenza sono 1.064. Per quanto riguarda le destinazioni, 466 persone si sono trasferite nelle altre province abruzzesi, magari sulla costa. Seguono 192 trasferimenti nel Lazio, 83 in Lombardia, 47 In Emilia Romagna, 37 in Puglia, 27 in Veneto, 25 in Piemonte e 28 nelle Marche.

Mancini ha anche spiegato che l’identikit di quelli che mollano L’Aquila è quello di famiglie con due persone. Altro aspetto importante, è che il 25-30 per cento delle persone che sono andate via erano residenti nel centro storico: la borghesia aquilana, insomma, alla rinascita della città dopo un anno dal sisma già non ci crede più.

Per quanto riguarda le fasce d’età, tra 0 e 18  anni i trasferimenti sono 196, tra 19 e 30 anni sono 220, tra 31 e 65 anni sono 516, tra 65 e 80 anni sono 77 e oltre gli 80 sono 55. Insomma la metà dei trasferimenti sono di famiglie con persone giovani o in età lavorativa, la fascia d’età che dovrebbe fare da “motore” per la ricostruzione del capoluogo. Ma le cose vanno diversamente.

UNA STIMA AL RIBASSO

L’aspetto che fa tremare è che queste statistiche sono sicuramente approssimate per difetto, perché a fronte del migliaio di domande arrivate in Comune, molti altri, forse la gran parte, si sono trasferiti di fatto senza avviare l’iter burocratico.

“I dati ufficiali in possesso del Comune – dice Mancini – sono assolutamente una goccia in un mare, perché in realtà le famiglie che, anche senza chiedere il cambio di residenza, di fatto si sono trasferite altrove, spostando anche le proprie attività, di lavoro, di studio, sono migliaia”.

CHI VIENE

A fronte delle 1.064 richieste di trasferimento della residenza, ci sono 505 richieste di trasferimento della residenza nel Comune dell’Aquila, di cui 189 provenienti da cittadini stranieri.

All’uscita dalla città di aquilani delusi e rassegnati, quindi, fa da contraltare un ingresso di cittadini che vedono nella ricostruzione un’opportunità: operai, artigiani, probabilmente attratti dalla mole di lavori che ci sono e ci saranno da fare.

“Il dato – prosegue Mancini – aumenterà ancora, anche perché l’iter prevede una tempistica più lunga. I numeri dicono che la città sta cambiando tessuto sociale”.

L’ASSESSORE AL SOCIALE: ”SI RISCHIA LA MORTE DELLA CITTA”’

L’AQUILA – “Io sono ottimista di natura, ma stiamo correndo un rischio storico: si dice sempre che L’Aquila sta morendo, l’allarme sociale è forte perché la parte trainante della popolazione potrebbe andarsene”.

Non usa giri di parole l’assessore alle Politiche sociali di fresca nomina, Stefania Pezzopane, nel commentare i dati sui trasferimenti verso altri comuni di cittadini aquilani, finora un migliaio, a fronte della metà di arrivi.

“È uno degli indicatori – spiega – che dicono che non siamo in condizioni normali. La situazione economica e sociale è molto grave, sono dunque giuste le ragioni del Comune e di tutti quelli che rivendicano la necessità di risorse per rilanciare l’economia”.

A preoccupare è anche la tipologia di persone che si trasferiscono: abitanti del centro storico tra trenta e cinquant’anni.

“Dati precisi sui ceti non ce ne sono – aggiunge la Pezzopane – ma possiamo immaginare che si tratti dei professionisti, di chi aveva attività importanti e vuole continuare ad averne. Dall’altra parte arrivano gli stranieri, penso operai: ovvio che la comunità debba essere accogliente per tutti, ma un conto è aggiungere, un altro è sostituire. Rischiamo una trasformazione del tessuto sociale, che la città perda la sua connotazione”.

Quanto ai possibili rimedi, l’assessore ha un’idea molto chiara. “Bisogna accelerare – conclude – la ricostruzione delle case vere, perché queste sono proprio quelle persone che nelle case transitorie non vogliono starci. Poi serviranno subito soldi per l’economia, la zona franca urbana immediata e, soprattutto, la questione delle tasse: la logica di chi si trasferisce è che se proprio bisogna pagarle, allora tanto vale pagarle in un posto che assicura pure i servizi”.