CANISTRO – Il Comune di Canistro, in provincia dell’Aquila, celebre per le sue sorgenti di acqua minerale, non ha i requisiti per gestire in autonomia la risorsa idrica, dalle sorgenti alle abitazioni, passando per gli acquedotti, e a subentrare deve essere dunque il Consorzio Acquedottistico Marsicano, il Cam, alla luce delle tante inefficienze, tra cui la dispersione nelle reti e il numero insufficiente di contatori.

Lo ha stabilito la sentenza del Consiglio di Stato dell’8 gennaio, con presidente il magistrato Luigi Carbone, per il quale il Comune, di cui è sindaco Giammaria Vitale, non è riuscito a dimostrare di possedere i requisiti tecnici ed economici previsti dal decreto legge 152 del 2006  che consente ai Comuni, in casi particolari, di mantenere una gestione autonoma del servizio idrico.

Una sentenza che ha dato ragione a quella del Tar del 2024, a cui il Comune si era rivolto per contestare l’esito di una procedura dell’l’Ente regionale per il servizio idrico integrato, l’Ersi, volto accentrare il servizio idrico dei piccoli Comuni senza requisiti, nelle mani dei gestori, in questo caso il Cam.

Una sentenza che ha provocato dure reazioni nel piccolo centro marsicano di circa mille abitanti, tanto da portare alla nascita  del Comitato per la tutela delle acque di Canistro, promosso dal cittadino Aleandro Mariani, che ha già raccolto una cinquantina di adesioni, tra cui varie associazioni.

Tenuto anche conto della situazione debitoria del Cam, per il Comitato “l’ingresso nel sistema di gestione d’ambito potrebbe comportare un aumento significativo delle tariffe del servizio idrico, con un impatto diretto sulle famiglie e sulle attività economiche del territorio che vive già un tasso di disoccupazione elevato e continue chiusure di attività commerciali sul territorio oltre che al fenomeno dello spopolamento”.

Il Comitato intende dunque ricostruire ora “il percorso amministrativo con documenti alla mano, garantire trasparenza e far emergere la verità, senza slogan ma con atti e prove”, riservandosi anche “di valutare eventuali responsabilità per la mancata tutela dell’interesse pubblico”.

Un paradosso, poi, tenuto conto che il territorio di Canistro è ricchissimo di risorsa idrica, e dispone in particolare delle preziose sorgenti Sant’Antonio Sponga,  la cui pregiatissima acqua minerale, di proprietà della Regione Abruzzo, va a finire da oltre dieci anni nel fiume Liri, tra concessioni ritirate, bandi finiti con un nulla di fatto, e infinti e feroci contenziosi legali e giudiziari e un gigantesco danno erariale. Ci riserviamo anche di valutare eventuali responsabilità per la mancata tutela dell’interesse pubblico.

Ultima tegola una determina di novembre dell’Agenzia regionale dell’Abruzzo per la Committenza (Areacom), stazione appaltante, con cui c’è stata l’esclusione dalla gara di concessione indetta a marzo 2023, sia della Sant’Anna sia della Santa Croce, l’ex concessionaria, ed ora se non saranno accolti i ricorsi delle imprese, si dovrà indire una nuova gara, la quarta, da quando la concessione è stata revocata nel 2015 alla Santa Croce, che detiene ancora le più piccole sorgenti Fiuggino.

Veniamo dunque alla sentenza del Consiglio di stato dell’8 gennaio.

Il Comune di Canistro, va premesso, ha finora conservato la gestione autonoma del servizio idrico, avvalendosi delle deroghe e delle eccezioni previste dalla normativa statale.

Poi però, a marzo 2022,  ha avviato il procedimento diretto a verificare il possesso in capo ai Comuni dei requisiti per mantenere l’autonomia gestionale. E ha negato questa facoltà a Canistro, per l’asserita mancata dimostrazione, da parte del Comune, “dell’utilizzo efficiente della risorsa idrica e della tutela del corpo idrico, contestando “l’assenza di autorizzazioni allo scarico dei depuratori a servizio del Comune”,  “la mancata completa applicazione dei criteri di regolazione”,  stabiliti dall”Autorità nazionale di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, l’Arera,  “l’installazione dei contatori per circa il 75% delle utenze”,  “la non riscontrabilità della percentuale delle perdite”.

Il Comune ha fatto ricorso, contro questo procedimento, ma il Tribunale amministrativo d’Abruzzo lo ha però respinto, dando ragione all’Ersi.

Il Comune ha dunque fatto appello, e tra le argomentazione ha addotto quella secondo cui i Comuni montani con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti potevano evitare di aderire alla gestione unitaria d’ambito del servizio idrico integrato, a condizione che la gestione del servizio idrico fosse “operata direttamente dall’amministrazione comunale ovvero tramite una società a capitale interamente pubblico e controllata dallo stesso comune”.

Altro argomento è che l’Ersi, non si sarebbe mai espressa sulle deliberazioni comunali che manifestavano
l’intenzione di proseguire nella gestione autonoma del servizio né avrebbe mai contestato la legittimità della gestione autonoma del servizio da parte del Comune”; adducendo l’argomento insomma del silenzio assenso.

Ma soprattutto il Comune ha contestato nel merito le carenze indicate dall’Ersi, sui depuratori, il rispetto dei criteri di regolazione stabiliti da Arera, i contatori e la dispersione idrica.

Tutti argomenti che non hanno convinto il Consiglio di stato che in merito in particolare alla questione dell’efficienza del servizio ha sentenziato che  “risulta sostanzialmente non contestato il dato relativo alle perdite idriche”, e ne consegue che la gestione della risorsa da parte del Comune non può considerarsi efficiente”, e poco conta che la problematica delle perdite idriche costituisca fenomeno diffuso sul territorio nazionale; le deroghe alla gestione unitaria hanno carattere tassativo e non possono essere estese oltre il perimetro individuato dal legislatore, in considerazione del fatto che anche la gestione unitaria presenta delle inefficienze.

Risulta poi confermato che i contatori non erano stati installati in una quota significativa di utenti, il che determina inevitabilmente l’applicazione di tariffe forfetarie, non proporzionate agli effettivi consumi.

Commenta dunque la sentenza il neo costituito comitato:  “nel giudizio davanti al Consiglio di Stato il Comune ha ripresentato le stesse prove già portate al Tar, senza produrre nuovi studi, relazioni tecniche o documenti aggiuntivi e valutazioni economiche capaci di rafforzare la propria posizione a difesa del diritto di gestione autonomo delle acque”.
Sarebbero mancati, in particolare, approfondimenti specialistici sulle caratteristiche della risorsa idrica, sulla continuità delle sorgenti, sull’efficienza delle infrastrutture e sulla sostenibilità economica del sistema locale”.
“L’acqua rappresenta l’identità territoriale per Canistro – conclude il Comitato – , ed è necessario fare piena luce sulle scelte amministrative e sulle ricadute per la comunità, è inaccettabile che l’amministrazione comunale non ha dato chiara informazione ai cittadini in tutti passaggi amministrativi alla popolazione, ma si è limitata a fare soltanto un post su Facebook dopo la sentenza del Consiglio di stato, dicendo: prendiamo atto della decisione”. f.t.