LONDRA – La musica forte di J-Ax in auditorium, il caos di una serata priva di medaglie a casa Italia al Queen Elizabeth II Centre, nostro quartier generale olimpico a Londra 2012.

In un guardaroba preda del disordine, Peppe Quintale si accomoda su una piccola poltrona, accanto a una finestra che dà su una strada laterale di Westminster, la Londra buia che cerca un appiglio nella luce dorata del Big Ben.

Quintale ha da poco finito di intrattenere il pubblico in auditorium per l’ennesima serata, tantissime persone, molti giovani e giovanissimi, passati a Casa Italia per quel ragazzaccio di J-Ax, ex Articolo 31, per lui toccata e fuga senza interviste, almeno per i media più piccoli.

L’ex Iena di Italia 1 si accomoda in un metro quadrato di spazio, lasciandosi alle spalle il concertone appena introdotto e concedendo un’intervista a chi a Casa Italia lavora come volontario, e, nei ritagli del breve tempo a disposizione, butta giù qualche riga londinese.

Sarebbe opportuno chiedergli di come sta a Casa Italia, degli inglesi, dello show-biz così com’è, della sua esperienza sul piccolo schermo a bordo del carrozzone berlusconiano, dell’avventura da Iena in uno dei programmi di punta della seconda rete di Mediaset.

Invece, l’intervista prende una piega ‘diversa’. Il tono si fa serio, quasi sacrale, ma sempre scandito con una signorile cadenza napoletana, tipica di chi è fiero di essere di quelle parti senza bisogno di strafare.

L’immagine del cabarettista, dell’intrattenitore puro, al di là dei gusti e delle preferenze, perché uno come Quintale può piacere a molti e far storcere il naso ad altrettanti, viene messa in disparte. Per iniziare, Peppe (“Non scrivere Beppe, sennò ti distruggo”), parte dalla magia della gioventù e attraversa cammin facendo gli anni decisivi che lo hanno portato prima in televisione e poi, a quasi cinquant’anni, a girare il mondo un’altra volta, come se la fiamma zigana degli anni che furono non si fosse mai spenta.

Fino a toccare punti inaspettati, come il bradisismo, fratello minore e meno famoso del terremoto, e a spiegare la sua versione dei fatti sul cabaret made in Italy.

Partiamo dall’inizio.

Ho cominciato da bambino, con spettacolini in parrocchia, facevo già teatro, poi imparai a suonare la chitarra, la suonavo in chiesa e riiuscivo a esprimermi artisticamente. Bagnoli, il posto in cui sono nato, era un quartiere particolare, molto vivo, una città vicina a Napoli ma autonoma, piena di tutte le cose di una città. Ho ancora la foto di mia mamma con in braccio il piccolo Edoardo Bennato, pensa un po’. Erano anni, quelli della mia infanzia e della mia giovinezza, pieni di vita vera e di grandi talenti, come Nando Paone. E poi… E poi, un ragazzo che giocava, benissimo, a calcio. La mia Bagnoli in pratica era una realtà parallela: dicevamo “andiamo a Napoli”, non in centro, nonostante la breve distanza da percorrere.

Insomma, ha iniziato a divertirsi e a divertire fin da subito.

Succede la stessa cosa con mio figlio adesso. Mi dicono tutti che scherzo sempre, che non cambio mai. Per gioco, dopo la laurea all’Isef, sono finito a lavorare nei villaggi poi Valtur. Facevo le stesse cose che facevo nella vita, solo che lì mi pagavano. Nell’85 ho iniziato a fare il capovillaggio, dalla Sicilia in poi quella è stata la mia vita. Ho un record che credo sia ancora imbattuto: sono stato il più giovane capovillaggio della storia della Valtur, a 27 anni. Negli anni d’oro della Valtur.

Avevo trovato il mio mondo ideale, una vera fortuna. La cosa bella è che ti rendevi conto che, se lavoravi bene, venivi giudicato per andare avanti. Anche se un superiore voleva metterti i bastoni tra le ruote, il pubblico decretava il tuo successo e lui non poteva farci nulla. Il pubblico mi applaudiva, ho avuto una carriera stupenda. Ho chiuso quando non mi divertivo più, per poi aprire un locale per cabaret, il ‘Tina Pica’, a Roma, stagione ’92-’93, dove sono nati molti cabarettisti oggi famosi.

Ci faccia qualche nome.

Gabriele Cirilli (abruzzese di Sulmona, ndr). Uno che si incazzava sempre perché non riusciva mai a chiudere la serata, c’era gente abituata a guardare cabaret sperimentale, una cosa da animali dell’improvvisazione, dell’intrattenimento. Stimo molto Gabriele, perché è una persona come poche, uno che si ricorda da dove viene. Tempo fa andai a vederlo a Biella, volevo salutarlo di persona. Mi ringraziò pubblicamente, dicendo al pubblico che gli avevo insegnato molte cose e che lo avevo spronato a tenere duro quando girava tutto male. Non c’è da stupirsi. Nel cabaret, tutto ciò che impari nelle migliori scuole di teatro non serve a nulla se non sai reggere il pubblico da cabaret.

Nel vostro ambiente, comunque, l’invidia tra colleghi esiste.

Io non ho mai sofferto la bravura degli altri. E di gente brava ne ho conosciuta, ne conosco. Fu il sottoscritto a lanciare, per esempio, Giulio Golia. Fui io a scoprirlo e a selezionarlo, lo chiamavamo ”o Scarrafone’. Stessa cosa con Angelo Pintus, uno che nel ’95 si presentò da me con la valigia in mano, a Ostuni. Stronzo come pochi, Angelo, lo dico con affetto, con in più un’intelligenza fuori del comune. Ed è pure bello, e quando si è belli è più difficile far ridere. Lui ci riesce alla grande.

C’è pure qualcuno che non le sta affatto simpatico.

Teo Mammuccari, uno di cui non parlo con piacere, fece l’animatore con me nell’87. All’epoca del ‘Tina Pica’ gli facevo fare le aperture, contro la volontà dei miei soci, perché non faceva ridere. Lui, però, si è scordato di tutto e di tutti.

Ha visto nascere e crescere anche Enrico Brignano.

Anche lui ha iniziato da noi, a Roma. Brignano raccontava le barzellette. Metteva nei menù del locale le barzellette da scegliere, che avrebbe poi recitato, ma alla fine non riusciva a raccontarne una per intero, perché prendeva il largo e parlava all’infinito. Questo per dire che la scuola sul campo serve se vuoi fare l’attore, non l’intrattenitore, o lo showman come Fiorello, con cui ho lavorato una stagione intera. Insieme, nel 1986, andammo in tour in Germania. Ricordo che tutti gli anni mi toccava lavorare in una località turistica dove l’anno prima c’era stato Fiorello, quindi era davvero tosta, ma alla fine venivamo fuori lo stesso. Lui, però, non ha mai fatto il capo animatore come me, e poi, per avere successo pieno in questo lavoro, io dico sempre che ci vuole ‘reiterato culo’.

Lui ne ha avute tre di botte di culo, non una: all’inizio lo prese Claudio Cecchetto, poi si perse per strada. Fu Maurizio Costanzo a ritirarlo fuori, quindi seconda botta. Prime serate su Canale 5, Non dimenticate lo spazzolino da denti, fallito subito. Stava per toccare il fondo, poi va ospite a Carramba che sorpresa dove tira fuori il meglio di sé, va praticamente a ruota libera. Finì nel giro di Bibi Ballandi, quello capace di riportarlo in alto facendogli fare quello che voleva e che sapeva fare meglio. Le abbiamo contate? Tre botte di culo, per un fenomeno vero, perché Fiorello è un fenomeno vero.

Lei sembra avere una grande passione per i talenti del cabaret. Da cabarettista e da talent scout.

Ho avuto la fortuna di portare Dario Cassini alle Iene. Lui è sempre stato bravissimo, ma mentre eravamo alle Iene andò a lavorare con Mara Venier, sempre a Mediaset, in un programma sfortunatissimo che si chiamava Una goccia nel mare. Risultato? Si è fatto dieci anni di purgatorio vero. Poi, con Colorado prima e con Sky poi, è riuscito a riprendersi. Dopo dieci anni di purgatorio.

Le famose botte di cui sopra, no?

Certo. Per anni ho avuto un capoanimatore, uno dei talenti più grandi che dal vivo fa delle cose assurde. Un fuoriclasse, che funzionava, però, solo dal vivo. Un fenomeno come ce ne sono pochi in giro. Si chiama Giampaolo Gambi, è con me in tour e qui a Casa Italia, ha studiato danza moderna, classica, funky, ha fatto la scuola recitazione, recita da Dio, passaggio anche a Zelig Off, ma sta letteralmente a spasso mentre in giro si vedono cani che non ti dico.

Perché succede questo a quelli che lei considera veri talenti?

In Italia non esiste la figura dell’agente, la gente qui da noi arriva solo quando hai avuto successo. Non li fa crescere, non li propone mai. Il provino va fatto, è un normale colloquio di lavoro. Purtroppo, la maggior parte dei provini viene usata per fare ore e ore di televisione inutile. Sai a quanti colloqui scoprivano che ero un artista completo? E poi ti rispondevano “no”? Dicevano e dicono ancora, a chi come me sa fare molte cose in campo artistico, che “sai fare troppe cose”. Un’assurdità.

Si sente fortunato per la carriera che ha intrapreso?

Sono stato fortunato nella vita. Sono un uomo fortunato, perché ho incontrato delle persone che hanno creduto incondizionatamente nelle mie capacità. La buonanima di Alberto Castagna, quando conduceva il Tg2, mi accompagnava ai provini da Renzo Arbore, lo stesso che mi prese anche se non sapeva cosa farmi fare. A fare la differenza furono gli incontri con due persone che hanno fatto sì che iniziassi a vivere in un certo modo: una è Vincenzo Novari, amministratore delegato di 3, l’altra è Beppe Fiaschetti, incontrato a una convention in Brasile. Insieme a Fiaschetti ho fatto il Tim Tour per cinque anni in giro per l’Italia, esperienza che mi ha permesso di presentare dei big della musica italiana come Biagio Antonacci, Piero Pelù, Jamiroquai.

Non si fa mancare nulla, a quanto pare. L’aver accettato la proposta di condurre delle serate anche molto difficili come quelle a Casa Italia qui a Londra, testimonia una certa umiltà nel fare il mestiere che in fondo le piace di più.

Io sono una persona fortunata. Mi godo quello che posso fare, il mestiere più bello del mondo che mi permette di portare in giro me stesso, di andare a braccio di fronte a poche o tantissime persone. Una cosa bellissima. Ogni tanto mi guardo indietro, vedo il ragazzo che faceva ridere la gente di Bagnoli e vedo che oggi presento i medagliati e il presidente del Coni.

Le mancherà qualcosa, nonostante tutto.

Mi manca la laurea che voleva mia mamma. I miei non si laurearono per colpa della guerra, ma non mi hanno mai spinto a fare altro. Uno dei motivi della mia frustrazione è che mamma e papà si sono goduti poco il mio successo, nonostante mi abbiano visto nei villaggi, dove capivano che lavoravo sul serio e che non ero in vacanza.

Da napoletano che vive in Svizzera, come guarda alla sua terra di origine? La fa soffrire il dramma della criminalità, oppure ci ha fatto l’abitudine?

Sono andato via da Bagnoli anche per questo. Mi viene una rabbia… Per un manipolo di bastardi, tanta gente ci rimette. Ma il mio essere di Bagnoli non mi abbandona mai. Se dovessi rinascere, voglio nascere di nuovo a Bagnoli. Pure se in Svizzera mi dicono spesso “non sembri napoletano”, segno che non sanno, non viaggiano, ma comunque ti accettano per il tuo essere napoletano.

La sua è una terra di grandi talenti, nel bene e nel male.

Napoli è una città che non ammette distrazioni e in certe condizioni i talenti fioriscono. In tutti i lavori che ho fatto nella mia vita nelle convention, il 50 per cento dei dirigenti delle società del Nord vengono dal Sud, al di là delle grandi professionalità napoletane in diversi ambiti. Devono andare via, così come sono dovuto andare via io. Non c’è altra scelta. Una persona molto importante, napoletana, legata a Telethon, una volta mi chiese se sapessi chi sono i migliori ricercatori del mondo. Era ovvio, i napoletani. E c’è un motivo: lavorano di fantasia, come fece il napoletano che fregò l’Aids inventandosi la maschera del finto virus della malattia.

Solo un napoletano poteva farlo. Mascherarsi da virus per fregare il virus. Non ci si crede che una città che ha storia, cultura, una città che ha tutto, si sia ridotta in condizioni disperate. Parlo per me: non posso andare a Napoli senza vedere il Cristo Velato alla Cappella di San Filippo. Non riesco a non emozionarmi pensando a piazza del Gesù, dove vivono quattro stili diversi. Quando vedi certi spettacoli, ti rendi conto del patrimonio culturale che hai a disposizione. Se tutto il mondo viene da noi è perché abbiamo qualcosa di meraviglioso da mostrare.

Il Sud del mondo somiglia molto a Napoli. Il Sud pare che debba essere un territorio straziato e senza speranza.

Io adoro il Brasile, il Brasile è ben altro rispetto al carnevale. Ma c’è una differenza con l’Italia, specie con quella del Sud: ha avuto un grande presidente. Lula è stato un grande presidente, ha salvato molto senza far sprofondare il Paese. Da noi questa figura non viene fuori, siamo da terzo mondo, ci avviciniamo molto agli stati del centroamericani.

Lei dovrebbe conoscere molto bene la parola terremoto.

Conosco molto bene la parola terremoto. Era il 23 novembre 1980. Migliaia di persone sotto le macerie, giù in Irpinia. Ma conosco altrettanto bene un’altra parola, il fratello minore e meno conosciuto del terremoto: il bradisismo L’ho vissuto molto, molto male. Ricordo la casa di mia zia distrutta, ricordo il dramma di questo fenomeno a Bagnoli, a un passo da Pozzuoli. Quando guardi l’anfiteatro Flavio, capisci quanto sia vero e drammatico il bradisismo.

L’Aquila distrutta, L’Aquila che non riprende il volo. Un altro capitolo della triste storia italiana?

Il terremoto dell’Aquila ha avuto la sfortuna di accadere quando al governo c’era Silvio Berlusconi, un uomo che ha fatto promesse impossibiili da mantenere. Da voi, un evento drammatico è stato strumentalizzato in maniera vergognosa e quando le luci si sono abbassate, sono andati via tutti. Avete vissuto una tragedia che comprendo benissimo, visto che l’ho vissuta anch’io da ragazzo. Penso al vostro meraviglioso centro storico ancora buio e ho male al cuore. L’Aquila è una delle perle d’Italia e non merita di non essere ricostruita.