L’AQUILA – Questa la falsa nota che è stata recapitata alla redazione di AbruzzoWeb simulando un dissenso al comportamento dei lavoratori di Abruzzo Engineering che hanno manifestato davanti alla procura dell’Aquila.
Il falso mittente aveva chiesto di rimanere anonimo e dopo una verifica si è rivelato essere appunto un impostore e un ladro d’identità.
Innanzitutto cominciamo col affermare che è con ferma convinzione e dovuto senso di responsabilità che ci dissociamo dalla deleteria linea di pensiero dei lavoratori che hanno scioperato ieri, non condividendone lo scopo e le modalità.
Le 50 persone che hanno manifestato nei confronti della Procura della Repubblica rappresentano comunque una minoranza rispetto alle 200 dell’organigramma, e la loro convinzione di poter estorcere dichiarazioni si è dimostrata un atto sciocco e presuntuoso che rappresenta un oltraggio alle istituzioni, nonché l’ennesima figuraccia in termini d’immagine per Abruzzo Engineering.
La stragrande maggioranza degli scioperanti è costituita proprio da coloro che sponsorizzano fortemente quella vecchia linea gestionale che garantirebbe la salvaguardia di quei privilegi e benefits aspramente censurati da Chiodi”.
Il presidente la scorsa primavera aveva espressamente richiesto ai sindacati di concordare con l’azienda una strategia di riduzione dei costi intervenendo laddove si doveva e cioè nei piani alti, ma questo non è affatto avvenuto e da allora altri nove mesi sono trascorsi aggravando ancor più un bilancio già all’epoca disastroso. Nonostante questi ripetuti appelli nessuno di loro, in una latitanza di coscienza da far rabbrividire, ha mai pensato di fare un passo indietro accogliendo i suggerimenti del presidente, restando invece spudoratamente sordi dinanzi ad essi ed imponendo a tutti gli altri lavoratori enormi sacrifici che a nulla sono serviti in questi due anni di profonda crisi: la chiusura delle altre tre sedi abruzzesi; l’abolizione dell’indennità di trasferta; 80 trasferimenti fuori regione; l’eliminazione dei mezzi aziendali; le ferie forzate; la cassa integrazione solo per i tecnici e pochi altri amministrativi che dura da un anno e mezzo.
Tutto ciò ha comportato ingenti perdite in termini retributivi e contributivi stimabili nell’ordine dei 15.000 euro a lavoratore, che ovviamente hanno interessato sempre e solo i 150 dipendenti “di base”. Oltretutto l’assunzione di queste decisioni è avvenuta senza il benestare dei sindacati (come da prassi), che hanno che tra le altre cose hanno chiesto ripetutamente di poter visionare il mansionario ed i costi del personale per poter proporre quelle operazioni di taglio chieste dal presidente Chiodi ma ricevendo dal management sempre secchi dinieghi motivati da questioni di privacy.
Adesso questi signori si ricordano di manifestare chiedendo l’appoggio di tutti, ma questa fallimentare protesta è solo un disperato tentativo di voler salvare un sistema ormai agonizzante che è necessario cambiare una volta per sempre. E’ troppo tardi pensare di poter salvare una società che anni di sfacciata avidità ed egoismo hanno contribuito ad affondare alla magmatica quota di meno 19 milioni di euro di debiti.
La strada per un deciso rinnovamento sembra finalmente sia già stata imboccata e visto che si parla di una liquidazione in bonis (e cioè un liquidazione progressiva) si potrebbe pensare anche ad un reinserimento progressivo dei lavoratori cominciando innanzitutto col prorogare a gennaio l’attuale commessa che vede impiegati 106 lavoratori nella ricostruzione, mettendo intanto in cassa quelli che non sono coinvolti in tali attività (in primis quella dirigenza che fa “rivoltare i cadaveri dentro le tombe”).
Così facendo una nuova forma societaria più snella potrebbe cominciare a prendere forma, sospinta anche dall’appoggio di tutte le forze politiche che si sono espresse in favore di una continuità occupazionale con una mozione bipartisan la scorsa settimana.
La definizione di nuove commesse utili alla regione (come per esempio la ripresa della banda larga) vedrebbe un progressivo reinserimento degli altri lavoratori fino ad un’auspicata piena occupazione.
Infine, per evitare quelle sperequazioni senza limiti che hanno contribuito all’attuale fallimento si dovrebbero rivedere gli inquadramenti livellandoli a quelli della pubblica amministrazione, abbassando finalmente quei tanto contestati, sospirato provvedimento che potrebbe scongiurare l’ipotesi di ingiusti esuberi garantendo il posto a tutti i dipendenti.
Dopo tanto tergiversare, soffrire, sperare, è giunto il momento di proporre, non di resuscitare quei cadaveri tanto cari al Presidente le cui ombre seminano solo preoccupazione e timore.
E arrivato il momento di avanzare fattive proposte che possano innescare quel processo di rinascita che da troppo stiamo aspettando, quello che veda come protagoniste ferree volontà inclini al più trasparente dei rinnovamenti e non quelle votate alle perpetuazione di un oscuro ed immorale conservatorismo che è stato sinonimo di disfatta e vergogna.





