L’AQUILA – “Il creato è una casa comune e non abbiamo una seconda casa, dobbiamo condividerla con tutti gli altri esseri viventi, e preservarne la bellezza. Dio sente che si è rotta un’armonia, ascolta il grido di dolore della terra”.

Così il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del pontificio Consiglio per i testi legislativi, citando l’Enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, tema portante l’XI Forum dell’Informazione cattolica per la Salvaguardia del Creato, “Coltivare e custodire le risorse naturali per nutrire l’umanità”, organizzato dall’associazione Greenaccord onlus insieme alla Regione Abruzzo, al Consiglio regionale, al Comune dell’Aquila e all’Ordine regionale dei giornalisti.

Appuntamento annuale per la stampa cattolica che fino a domenica prossima avrà al centro la cura del territorio, la tutela delle risorse naturali, gli stili di vita sostenibili attraverso il confronto con esperti di livello internazionale. Tra i relatori previsti, Kostas Stamoulis, direttore divisione Fao “Agricultural Development Economics”, Riccardo Valentini, del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, Michele Munafò, responsabile Consumo di suolo di Ispra, Cinzia Coduti, responsabile Ambiente e Territorio Coldiretti,  Anselme Bakudila, Centro Studi Slow Food.

A fare gli onori di casa Alfonso Cauteruccio presidente di Greenaccord, che nel suo discorso introduttivo ha parlato anche dell’Aquila.

“Girando per la città ho visto tanti cartelli vendesi e affittasi su case appena ricostruite. L’Aquila non può diventare un museo vuoto. Allora anche qui si potrebbe ripartire dalla natura che circonda questa città, dall’agricoltura di qualità, dalle botteghe e mercati. Anche qui il prendersi cura del territorio è centrale”.

Nelle quattro sessioni di lavoro (accreditate con l’Ordine dei giornalisti per il conseguimento dei crediti professionali obbligatori) si affronteranno i molti aspetti che mettono in pericolo il corretto utilizzo delle risorse naturali e che creano difficoltà alla vita e al lavoro delle migliaia di piccoli agricoltori italiani.

Fenomeni globali e storture nazionali che contribuiscono a creare disuguaglianze di reddito, danni agli ecosistemi, problemi al tessuto sociale. Si fotograferà l’attuale situazione della fame nel mondo, si approfondirà il legame tra cambiamenti climatici e produzioni alimentari, il ruolo delle multinazionali alimentari, le questioni connesse con la tutela del suolo.

Per invertire effettivamente la rotta, ha spiegato Coccopalmerio, “l’uomo deve essere capace di passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che significa imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare”.

E accanto all’impegno personale quotidiano, Coccopalmerio ha lanciato una grave denuncia della sordità dell’Occidente verso chi è costretto a fuggire dalla propria casa a causa dei cambiamenti climatici.

“È tragico l’aumento dei migranti – ha detto ancora – che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciu­ti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Purtroppo c’è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie. La mancanza di reazioni di fronte a questi dram­mi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile”.

Molto apprezzata l’analisi è di Jakob Skoet, economista della Divisione dell’economia per lo sviluppo sociale della Fao.

“Per liberare il mondo dalla fame – ha detto –  non serve cibo in maggiore quantità ma bisogna lavorare molto per contrastare la povertà e aumentare i redditi soprattutto delle fasce più povere”.

Secondo Skoet, le politiche davvero efficaci contro la fame sono quelle che incentivano la “crescita economica inclusiva, soprattutto verso i più deboli”.

A dimostrarlo, sono i Paesi che hanno introdotto sistemi di protezione sociali: “chi ha intrapreso questa strada ha ottenuto risultati significativi sul fronte della lotta alla malnutrizione”.

Ma queste scelte sono state adottate a macchia di leopardo. E infatti, spiega l’Onu, i risultati globali sulla fame sono comunque a luci e ombre. “Da un lato – prosegue Skoet – si può vantare una riduzione di 216 milioni di affamati nell’ultimo quarto di secolo (167 milioni solo nell’ultimo decennio)”.

Sono 795 milioni secondo i dati 2014, 780 dei quali nei Paesi in via di sviluppo e uno su due è residente in Asia orientale e meridionale.

“Tuttavia l’obiettivo del Vertice mondiale dell’Alimentazione di dimezzare la popolazione malnutrita è stato ampiamente mancato. Sarebbe stata necessaria una riduzione di 476 milioni”.

Per accelerare il trend e consolidarlo, Skoet sottolinea l’esigenza di investire anche su due altri fronti: l’agricoltura familiare (“l’incremento di produttività dei piccoli agricoltori – spiega – genera redditi, migliora l’accesso ad alimenti di qualità, crea posti di lavoro per le fasce più povere e aumenta i salari della manodopera non qualificata”) e i mercati rurali che, se efficacemente funzionanti, sono “importanti per la sicurezza alimentare e l’alimentazione, agevolando l’integrazione degli agricoltori familiari nell’economia”.

Un’agricoltura dalle radici antiche ma estremamente proiettata al futuro. Di “Agricoltura 5.0” parla Riccardo Valentini, analista del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici. “Il nuovo approccio è necessario per creare una rete fitta di produttori che cooperano per la sfida della produzione globale, utilizzando tecnologie utili a ridurre gli impatti nocivi”.

Ma la lotta alla fame è anche connessa con un cambio di stili di vita di chi ha cibo in abbondanza e spesso lo sperpera senza riflettere. Un’abitudine odiosa eppure quotidiana nel Nord del mondo, con riflessi ecologici oltre che morali: “lo spreco di cibo – osserva Valentini – non è solo una questione etica , ma c’è anche un problema ambientale, perché per produrre quel cibo sono state utilizzati acqua, fertilizzanti, pesticidi”.

Considerazioni importanti che però non possono avere il giusto impatto nel cambiare le politiche pubbliche nazionali e internazionali se non arrivano all’opinione pubblica attraverso la mediazione degli operatori dell’informazione.

“Nel nostro percorso – spiega il presidente Greenaccord Onlus Cauteruccio – ci siamo resi conto che spesso le analisi tecniche e le certezze degli scienziati non vengono adeguatamente ‘coperte’ dai media perché questi due mondi non hanno occasioni per confrontarsi e parlare. E questa lacuna si riverbera nell’opinione pubblica che non riceve informazioni cruciali per orientare le proprie scelte e i propri stili di vita in senso di una maggiore sobrietà, sostenibilità e lungimiranza”

“La considerazione  – spiega Cauteruccio – vale ancor di più per il circuito dei media cattolici, per i quali le notizie di carattere ambientale si intrecciano con i temi di giustizia sociale, in linea con i coraggiosi principi contenuti nell’enciclica papale appena promulgata”.