Con una video intervista di prestigio a Michele Placido e Franca Minnucci, AbruzzoWeb inaugura la sua nuova vetrina culturale in home page. Un’edizione moderna della vecchia “terza pagina”, che proporrà ogni volta servizi ragionati sugli eventi e le dinamiche culturali abruzzesi, colloqui con i protagonisti, ma anche presentazioni e recensioni degli avvenimenti culturali più importanti d’Abruzzo.
Un’ulteriore espansione della nostra prima pagina, uno scatto ancora di un giornale che vuole essere sempre più completo e avere un panorama sempre più ampio. Buona lettura.
PESCARA – Il pubblico all’Aurum di Pescara non fa sconti, non fa grazie.
Quando è sera, all’apparire finalmente sul palco dei due veri protagonisti della serata, l’atteso benvenuto è sobrio, composto, per gli attori Michele Placido e Franca Minnucci, interpreti del recital Notte di luna calante.
Il pubblico sembra attento, esigente, parco di applausi. Ma basta poco per convincerli che per il D’Annunzio Festival non ci si potrebbe augurare di meglio, per chiudere stavolta con un meritato tripudio il sipario sulla stagione ‘spettacoli’.
E così, la serata ha inizio. Con una lunga storia che (non) si chiama solo amore, quella che ci fu tra Gabriele D’Annunzio e Eleonora Duse.
Prende vita così tra i due un dialogo immaginario ma assai verosimile, magico, elegante nella sua composizione. L’ideale risposta di D’Annunzio alle lettere della sua amata Ermione suona un contrappunto ideale, letterariamente profetico, pescato tra stralci d’inchiostro del poeta, frammenti di un dramma, rime, pensieri.
Le due voci narranti entrano inevitabilmente nel gioco delle parti, si fanno carico di seguirle, adagiandovi su, con carezze di voce, palpiti, respiri. E quando sul silenzio si fa strada l’eco di una melodia, gli attori si siedono in fondo al palco ad assaporarla, a godersela tutta: sonorità dissonante, estemporanea, dagli umori andalusi, sincopati dal virtuosismo di stretch jazz.
Questa è l’impressione a sentire l’incipit iniziale del maestro Davide Cavuti alla fisarmonica, autore delle musiche originali (complice il virtuoso pianista Paolo Di Sabatino), già debitrici di sapori alla Bacalov, forse non a caso riproposto nel finale mistico e struggente del celebre “postino di Neruda”.
Se Placido appare meno mimico e più pudìco, è solo per vegliare e sostenere dal basso il vero pentagramma in chiave di violino: la recitazione ammaliante, ‘belloteriana’ della Minnucci.
Una rivelazione vederla danzare con gli occhi e le mani, spalancarsi, sbocciare con le palme su quei “ti amo” eterni, che la Divina sussurra al suo Gabri come preghiere di pace e di dolore, di gioia e di languore.
Ma soprattutto con la speranza sofferta, di una chimera vana di fuggire via dal male e dal freddo e lontano esilio. Magari sognando “parole più umane”, tanto care a colui che l’ha rese care: mare, foglie, pioggia, notte, luna, silenzio. Altro. Amando il poeta come non mai, ma lentamente, “come mai più”.
L’applauso del pubblico si fa sentire. Sale. E non stupisce. A torto più distratto sul Thais del Massenet del meraviglioso ‘violoncello’, che piange con incanto straziante sulla ‘Sera fiesolana’ recitata da Placido.
Poi due piacevoli e inattesi colpi di scena: il primo, la curiosa interruzione degli attori per aprire un dialogo con il pubblico. Poi il secondo momento, quando l’attore esce dai panni di D’Annunzio e veste quelli di Gozzano, per un divertissement su un testo del poeta crepuscolare che piacque tanto a D’Annunzio: Le golose.
L’attore ora è più a suo agio, si gongola e un poco si compiace sul finale, insieme al pubblico rapito, sempre più entusiasta.
Ma di questa sera, un vero successo, niente potrà far dimenticare di Eleonora, delle sue lettere, del suo “amore doloroso”, “delle rose che non colse”. E del (loro) perduto amore, che non poteva non morire, prima di morire.






