L’AQUILA – “Per festeggiare, sul serio, la festa dei lavoratori, è ora di togliere di mezzo la disoccupazione e dare più tutele a chi il lavoro ce l’ha, ma da precario. Altrimenti, si fa solo vuota retorica”. Ne è convinto Marcello Vivarelli, segretario di categoria terziario della Confsal dell’Aquila, che nei giorni scorsi è tornato con prepotenza su uno dei tanti temi drammatici che con l’emergenza Covid-19 sono peggiorati, quello delle cattive condizioni di lavoro degli operatori in cassa nelle catene della grande distribuzione.

E in un 1° Maggio come questo, il secondo consecutivo dell’era Coronavirus, con i dati che l’Istat ha appena diramato e che parlano di 900 mila occupati in meno da febbraio 2020, è inevitabile, per l’esponente sindacale aquilano, “Continuare a battersi per chi, purtroppo, è spesso dimenticato o non tutelato a dovere soprattutto dalle grandi sigle sindacali”.

“La ‘forbice’ tra chi ha tutele e chi non ne ha si sta allargando sempre di più – spiega Vivarelli ad AbruzzoWeb – Di fatto, siamo in una società più povera e precaria che ha sempre meno lavoratori di Serie A e sempre più di Serie B. E questa ‘deriva’ è dovuta soprattutto al fatto che le grandi sigle sindacali col tempo hanno via via lasciato i lavoratori senza tutele e ‘premiato’ quelli che una volta chiamavano ‘padroni’. Ecco, tutto ciò è semplicemente inammissibile”.

“Qui non si tratta di schierare i lavoratori trattati in maniera giusta, penso a chi è nella funzione pubblica, contro quelli che hanno poche garanzie non soltanto dal punto di vista salariale, ossia i lavoratori dipendenti di multiservizi, delle cooperative, dei dipendenti del commercio, del settore edile, dove addirittura si muore e lo abbiamo visto recentemente anche in Abruzzo con la tragica fine dei due operai, a cui va il mio pensiero, della ricostruzione post-sisma a San Pio delle Camere, in provincia dell’Aquila – continua Vivarelli – Il lavoro deve tornare ad essere un diritto e non un privilegio e noi non vogliamo che chi è ‘sotto’ fa anche se su piani diversi, lasci impunito chi sta ‘in alto’ e continua a creare e ad accentuare differenze ormai quasi abissali. Soprattutto se si considera che il prossimo passo di chi ‘comanda’ è distruggere il settore pubblico”.

“Mi aspetto, allora, un cambio di mentalità di governo nazionale e regionale – prosegue – il che significa aumentare i salari e i diritti di chi sta rimanendo sempre più indietro e tra un po’ sarà o irrecuperabile, o disoccupato. E poi, occorre rimodulare il reddito di cittadinanza, che deve diventare un reddito di lavoro e non un strumento per dare qualche soldo a pioggia a chi nella realtà il lavoro non lo trova o lo rifiuta, dunque senza risolvere il dramma della disoccupazione”.

“Le soluzioni esistono, potrebbero arrivare i soldi del Recovery Fund, speriamo, le sorprese europee sono pur sempre dietro l’angolo. E devono avere come parola d’ordine ‘lavoro e diritti’ – afferma ancora – Non si può più tollerare l’assenza di un salario minimo, così come non si può più fare finta che un dipendente da 900, 1.000 euro che sta con la cooperativa sociale svolga le stesse mansioni di chi ne prende 1.600 ed ha gli straordinari pagati, ma neppure quelle differenze che rientrano nelle ‘famose’ categorie di Serie A e Serie B, come ad esempio i buoni pasto, o le mense, a fronte del ‘panino da casa’ che deve portarsi il lavoratore precario. Con quest’ultimo che non vede più nel sindacato uno strumento per potersi difendere, ma qualcosa che somiglia a un ‘nemico’ o comunque a qualcuno che non fa i suoi interessi. Oltre alla disaffezione alla politica, bisogna combattere, con serietà, anche quella al mondo sindacale. Ma devono essere i sindacati a tornare a occuparsi dei lavoratori, magari dopo aver frequentato dei corsi di formazione”.

“Chiedere e pretendere più tutele per per chi si spacca la schiena nel settore delle pulizie, della sanità, del settore edile, per chi da amministrativo lavora come chi ha un contratto nella pubblica amministrazione, significa fare sindacato vero. E c’è ancora chi, tra le grandi sigle come la Cgil, dimostra, quando vuole, lo abbiamo visto ultimamente in Sicilia, o in Veneto, di lottare come noi ‘piccoli’ facciamo ogni giorno”, conclude Vivarelli.