L’AQUILA – “I cambiamenti climatici stanno favorendo la diffusione anche in Italia della West Nile. Solo l’1% dei casi può portare a gravi conseguenze, anche mortali, soprattutto tra gli immunodepressi come i pazienti oncoematologici o trapiantati. Importante dunque isolare con tempestività i focolai  e la prevenzione”.

Interpellato da Abruzzoweb, il dottore infettivologo aquilano Alessandro Grimaldi,  nelle vesti di presidente dell’Ordine dei Medici dell’Aquila, entra nel merito dei tre casi registrati in Abruzzo di persone con la febbre West Nile,  malattia infettiva causata da un virus trasmesso all’uomo principalmente dalle punture di zanzare infette, che nei casi più gravi, comunque rari, causa problemi al sistema nervoso come encefalite o meningite.

Ultimo caso quella di una donna di 67 anni, residente in un paese della provincia di Pescara e attualmente ricoverata nell’Unità operativa di Malattie infettive dell’ospedale di Chieti.   Dall’inizio della sorveglianza sono state confermate in Italia 312 infezioni da West Nile Virus, di cui 156 sono forme neuro-invasive, quelle più serie e i decessi notificati sono 13, l’ultimo ieri, e Qualiano in Campania, dove è morta una donna di 72 anni ricoverata da alcuni giorni in ospedale.

Grimaldi, giova ricordare, è anche direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, in prima linea durante la pandemia del covid 19, capo dipartimento Medicina della Asl provinciale dell’Aquila, già segretario regionale Anaao Abruzzo, e appena riconfermato alla segreteria dell’Anaao Assomed nazionale, il principale sindacato italiano dei medici e dei dirigenti sanitari.

“Cominciamo col dire che non è un virus nuovo – spiega Grimaldi -, nel senso che circola in Italia tra gli animali addirittura dal 1998, e tra gli umani i primi casi hanno cominciato a manifestarsi intorno al 2008. È una malattia che colpisce prevalentemente gli uomini e i cavalli e ha come vettore le zanzare del tipo Culex, le più comuni anche da noi, quindi quelle che abitualmente ci pungono d’estate, e hanno come serbatoi dell’infezione soprattutto gli uccelli selvatici”.

Il punto saliente è però che questa malattia rischia di diffondersi  a causa dei mutamenti climatici.

“Come dice il nome, parliamo di una malattia che circola stabilmente in Nord Africa, ma ora il virus sta trovando in Italia delle condizioni più favorevoli per riprodursi, a causa di un clima caldo umido, soprattutto in alcune aree del paese, vedi la pianura padana. Oggi infatti su 20 regioni risultano segnalati casi in ben 16 regioni, mentre fanno eccezione regioni alpine come Val d’Aosta e il Trentino Alto Adige. Va ricordato che qualche anno fa nella fase finale del covid, un collega di Padova, era estate, mi disse che c’erano da lui più ricoverati con casi di encefalite da West Nile che casi di insufficienza respiratoria da covid”.

La guardia deve restare alta, ma precisa Grimaldi, “nell’80% dei casi di fatto il West nile non provoca nulla di preoccupante, nel 18-19% dei casi presenta un quadro sintomatologico simile all’influenza, con febbre, dolori articolari e muscolari. Poi, nell’1% dei casi la complicanza più temibile è un’encefalite, una meningoencefalite, quindi presenta un quadro di patologia abbastanza grave”.

“Che fare dunque per difendersi?”: tenuto conto che non esistono vaccini, questa la ricetta della prevenzione suggerita da Grimaldi.

“Occorre innanzitutto isolare i focolai, procedere con eventuali disinfestazioni che riguardano i vettori. E’ chiaro che poi ci sono delle buone pratiche da adottare come quelle di evitare le punture degli insetti, ma soprattutto evitare la proliferazione degli insetti e delle larve. Evitare ad esempio i ristagni d’acqua nei sottovasi perché quello può essere il posto ideale dove poi la zanzara si va a replicare”.