L’AQUILA – “Si tratta di un virus che conosciamo da anni che, per fortuna, resta confinato in ambienti ristretti e il contagio non è neanche così facile. Questo Hantavirus, Andes, lo troviamo soprattutto in Sud America, come dice il nome stesso, ed è particolarmente aggressivo perché caratterizzato dalla trasmissione interumana e, rispetto, per esempio, ai ceppi che circolano in Europa, è più pericoloso, si parla di una letalità che può sfiorare anche il 40% dei casi. È chiaro che occorrono monitoraggio stretto e prevenzione”.
Così, in un’intervista ad AbruzzoWeb, Alessandro Grimaldi, direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila e capo dipartimento Medicina della Asl provinciale, in merito ai contagi registrati sulla nave da crociera MV Hondius, partita da Ushuaia con tre morti a bordo, che ha acceso i riflettori su un virus in realtà già noto e nuovi timori dopo gli anni del Covid.
Spiega dunque Grimaldi, che è anche presidente dell’Ordine dei Medici dell’Aquila: “Sulla nave circolava l’unico ceppo che può trasmettersi da uomo a uomo, cosa che in genere non si verifica tra Europa e Asia. Di solito si trasmette per inalazione di aerosol derivanti dagli escrementi, soprattutto di roditori, di topi in particolare, che vivono in determinate aree del mondo e che essendo infetti possono favorire questo tipo di trasmissione. Da noi alcuni ceppi li troviamo soprattutto nell’area dell’Europa centrale, Scandinava, nei Paesi balcanici, anche nei Paesi confinanti con l’Italia, come la Slovenia, la Croazia. Quelli che circolano in Europa danno una sindrome infettiva caratterizzata da una sindrome emorragica, insufficienza renale, mentre l’altro ceppo più pericoloso dà una sindrome respiratoria e si può arrivare a una condizione di shock”.
“Qualche tempo fa – ricorda Grimaldi -, balzò agli onori delle cronache la morte dell’attore Gene Hackman che viveva nel Nuovo Messico, in una di quelle zone rurali dove è alta la presenza di questi roditori: affetto da Alzheimer, veniva assistito alla sua compagna, morta per aver contratto Hantavirus, e lui era a sua volta deceduto senza assistenza”.
Per quanto riguarda le cure, aggiunge: “In realtà il vero problema di queste infezioni è che l’organismo le deve superare da sé con terapie di supporto, perché il più delle volte non c’è una terapia specifica contro il virus e non c’è neanche un vaccino. Occorre monitorare soprattutto le zone a rischio, andare a testare i roditori per vedere se potenzialmente siano portatori di questo virus. Non abbiamo terapie specifiche, quindi si impronta tutto sulla prevenzione, che resta fondamentalmente”.
“Questo ci ricorda che viviamo in un mondo globalizzato nel quale i virus possono arrivare anche da zone lontane piuttosto rapidamente, quindi non dobbiamo abbassare la guardia, dobbiamo sempre tenerla alta, è necessario avere dei piani pandemici e chi si occupa di prevenzione deve monitorare la situazione. Questo deve fare un Paese come l’Italia, questo deve fare l’Europa e tutti i Paesi che sono attrezzati”.
E in merito al Piano pandemico da poco approvato: “Dopo il Covid è venuta fuori quasi una sindrome dello scampato pericolo, si è abbassata un po’ la guardia, invece la guardia, senza voler terrorizzare nessuno, bisogna tenerla sempre un po’ alta, perché nel mondo globalizzato la possibilità che un virus possa fare un salto di specie da questi vettori animali all’uomo è sempre possibile, quindi l’unico modo per prevenire è quello di intervenire precocemente. Quindi i piani pandemici devono essere ben fatti e devono essere sempre al centro della nostra attenzione, perché in un mondo globalizzato si fa prevenzione, si studia, si monitora, e un Paese come l’Italia ha risorse e mezzi per poterlo fare, come del resto tanti Paesi europei. Costa molto di più dover intervenire quando ormai i buoi sono scappati dalla stalla e si deve curare, come è successo nel caso del Covid”.






