PESCARA – “Mi sono commossa per la giustizia, per la consapevolezza di aver raggiunto un risultato e per vedere che una volta tanto il sistema funziona, seppure dopo nove anni”.
L’avvocata Cristiana Valentini motiva così all’ANSA le sue lacrime al termine della lettura del dispositivo in Corte d’Appello a Perugia per l’appello bis del processo per la tragedia di Rigopiano, in relazione all’assoluzione del suo assistito, l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta.
Una reazione criticata da alcuni familiari delle vittime. “La mia reazione non ha nulla a che vedere con l’emotività del momento, ma con la pura e semplice chimica: endorfine, ossitocina, il pianto talvolta ha questo effetto – aggiunge la legale -. Per me un innocente che viene assolto è una conquista per tutti, le mie lacrime sono dovute, visto che parliamo di giustizia”.
Secondo Valentini, “la responsabilità non può sempre essere del primo cittadino, come è stato sin qui per la Protezione civile italiana”. L’esito della vicenda giudiziaria, a nove anni dalla tragedia dell’hotel Rigopiano – travolto e distrutto da una valanga il 18 gennaio 2017 – arriva anche in relazione alla scelta della difesa di rinunciare alla prescrizione per puntare all’accertamento dei fatti. “Il sindaco fin dall’inizio ci ha dato un mandato esplicito, espresso scritto e depositato nel fascicolo: ricercare la verità dei fatti, a prescindere dalle responsabilità”, spiega l’avvocato Massimo Manieri dello stesso collegio difensivo -: la verità si cerca esponendosi agli esiti, non cercando scorciatoie”.
Per il difensore Goffredo Tatozzi, “abbiamo cercato di far comprendere ai giudici quale fosse la catena delle responsabilità nella prevenzione di questi eventi, partendo dalla Regione e dalla normativa, in particolare dalla legge che prevedeva la carta di localizzazione dei pericoli da valanga”.





