PESCARA – “Ho sentito dire che bisogna stare zitti quando i bambini dormono, non quando vengono uccisi. Sostenete il popolo israeliano, non il governo, sostenete i palestinesi e non Hamas”.

Questo l’appello della cantante israeliana Noa, pseudonimo di Achinoam Nini, che si batte da sempre per la pace tra i due popoli e che ha ricevuto ieri a Pescara, nell’ambito del festival dannunziano, il premio “Fare Pace”, della Fondazione Crea del Consiglio regionale, assieme al vicepresidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, “per l’impegno profuso in questi mesi, volto a lenire le sofferenze dei bambini coinvolti nell’inferno di Gaza, aprendo le porte del nostro Paese all’accoglienza delle loro famiglie”.

“Sento che stiamo vivendo nella bocca incandescente un vulcano chiamato Storia – ha detto ancora Noa -. La pace è la cosa più importante nella nostra vita, senza pace abbiamo solo sangue, distruzione, sofferenza. Da questo punto di vista la cultura è molto importante perché è un’espressione dell’umanità, della fragilità, della complessità e della bellezza dell’umanità. Questa è la funzione della cultura. Nella cultura e nella vulnerabilità siamo tutti interconnessi”.

Noa ha incantato il pubblico con un concerto superlativo al Porto turistico, accompagnata da Medit e dalla Nuova Orchestra dirette da Angelo Valori.

Noa, 56enne, è nata a Tel Aviv da una famiglia di ebrei dello Yemen costretti a fuggire dal loro Paese a causa dell’ostilità instauratasi dopo la proclamazione dello Stato d’Israele, e a due anni si trasferisce con la famiglia a New York. Ha raggiunto la notorietà internazionale già negli anni ’90  con gli album Achinoam Nini and Gil Dor Live, Noa, da cui è tratto uno dei suoi brani più noti, I Don’t Know. Nel 2011 pubblica l’album Noapolis, in cui la cantante riprende alcuni tra i più bei brani della canzone classica napoletana, fra cui Santa Lucia luntana e I’ te vurria vasà, Ha   partecipato anche due edizioni di Sanremo.

La sue prese di posizione sul conflitto arabo israeliano risalgono già al 2014, scagliandosi contro l’operato di Benjamin Netanyahu: “il premier israeliano non sta lavorando per la pace. Dobbiamo cambiare le cose. Prego perché possiamo avere un governo nuovo che desidera la pace e spero che, se questo avverrà, in quel momento anche i palestinesi abbiano le stesse intenzioni mettendo fine così a quel triste tango che tiene in bilico la mia terra tra speranza e delusione”, accusandolo ancora di  di aver fatto “ogni cosa in suo potere per reprimere ogni intervento di riconciliazione. Ha indebolito ed insultato Abu Mazen, leader della più moderata Olp, che ha più volte ribadito di essere interessato alla pace. Quando Abu Mazen ha fatto quelle dichiarazioni sull’olocausto, chiamandolo la più immane tragedia nella storia umana, lo hanno deriso e liquidato senza dargli peso. Non hanno rispettato gli accordi che essi stessi hanno firmato”.

Durissima anche contro le “incredibili parole di razzismo scritte da alcuni miei connazionali, le urla di gioia quando i bambini palestinesi vengono uccisi, il disprezzo per la vita umana. Il fatto che abbiamo la stessa fede religiosa e lo stesso passaporto per me non vuol dire nulla. Io non ho niente a che fare con certa gente. Allo stesso modo, anche gli estremisti dell’altra parte sono miei acerrimi nemici. Ma la loro ira non è soltanto diretta verso di me, ma anche verso i moderati della loro stessa società; il che fa di noi fratelli in armi! Proprio come esorto gli Arabi moderati, ovunque essi siano, a fare tutto ciò che è in loro potere per respingere l’estremismo, non ho alcuna intenzione di chiudere gli occhi dinanzi alle responsabilità nostre per il fallimento in atto”.