L’AQUILA – La memoria di Giovanni Cialone continua a vivere.

Mercoledì scorso è stata installata una targa commemorativa ad egli intitolata all’ingresso della Riserva regionale delle sorgenti del Fiume Vera, in occasione del quarto anniversario della scomparsa del compianto promotore dell’istituzione della Riserva e componente del primo Comitato di Gestione.

Alla cerimonia a Tempera, frazione dell’Aquila, era presente, tra gli altri, l’amico e compagno di tante battaglie Alfonso De Amicis, che ad AbruzzoWeb.it ha affidato la pubblicazione di un ricordo e di un’analisi della figura di Cialone.

Parlare di Giovanni Cialone è ritornare con la memoria alla Prima Repubblica. È un ritorno a quella concezione se vogliamo di ortodossia marxiana, in cui il legame tra lavoro e ambiente risulta indissolubile.

La stessa battaglia vinta sul problema del nucleare fu dovuta all’ intelligenza politica di quella che allora in Europa veniva va considerata come la Sinistra più forte in assoluto.

Giovanni non tardò a comprendere come la deriva individualista e d’élite si era ormai impossessata dell’ intero movimento “verde”. Si scontrò presto con Ermete Realacci, presidente di Legambiente e prossimo deputato del Partito democratico.

Dalla critica al capitalismo e alla sua sfrenata idea di mercificazione della natura, i nuovi movimenti ormai avevano intrapresa la strada di un riformismo “competente” e correttivo.

Tuttavia Giovanni cercò di mettere a frutto la sua esperienza acquisita sul campo sul piano amministrativo, elaborando per poi proporre un piano efficace quando avveniristico sullo smaltimento dei rifiuti.

Fallì per la pavidità di un centrosinistra che di lì a poco avrebbe dimostrato la sua subalternità al pensiero unico. Le sconfitte certamente pesano e questo vale per tutti. Egli aveva maturato quell’idea di sviluppo presentata a più riprese da Serge Latouche.

Non tardò a comprendere che la decrescita promossa da filosofo francese avesse delle implicazioni di austerità riguardanti soprattutto le classi deboli. Era persuaso che bisognasse ricominciare dalle piccole cose, dal basso. Soprattutto dai giovani, dalle scuole.

Accettò di fare parte prima come vicepresidente del Parco Nazionale Gran Sasso-Monti della Laga e poi come componente della Riserva del Vera. Conosceva bene la storia della Riserva, anche perché durante le vicende riguardanti la captazione delle acque era stato sempre presente. Presenza rinnovata quando era vicepresidente del Parco e questo per proporre come un piccolo tesoro ambientale fosse inserito in quel contesto nazionale proprio per meglio valorizzare il Vera. Sono passati da quel periodo più di venti anni. E mi sia consentito di rimarcare quell’impegno, mentre chi ieri taceva, oggi, per demagogia, cerca fantasmi.

Anche lui si è molto ispirato alla specifica storia più volte rilanciata da Alessandro Clementi. Quella enorme massa d’acqua del Vera è stata indissolubilmente legata al lavoro. Un lavoro avviato che purtroppo non ha potuto portare avanti perché un destino crudele lo ha portato via troppo prematuramente.