CHIETI – C’è uno spartiacque storico che capovolge completamente il divario tra Nord e Sud della penisola. È il 1861, l’unità d’Italia, a partire da cui inizia il ribaltamento socio-economico tra un Sud ricco ed evoluto e un Nord che si trova più indietro, segnato, ad esempio, da fenomeni come quello dell’emigrazione, sconosciuta invece al Sud.
Per sommi capi è questa la tesi portata avanti dal libro Il Mezzogiorno e lo sviluppo negato, opera prima del senatore Fabrizio Di Stefano che lo ha scritto insieme all’economista, docente universitario e giornalista Piero Carducci.
Il volume è stato presentato ieri sera al teatro Marrucino dai due autori insieme a Roberto Alfatti Appetiti, membro del comitato scientifico della fondazione Cantiere Abruzzo. Il libro, in effetti, nasce da un lavoro di approfondimento storico portato avanti soprattutto nel corso dell’anno dedicato all’unità d’Italia dalla Fondazione creata dal senatore abruzzese.
Lungi dal negare il valore dell’unità d’Italia, anzi presupponendo l’identità nazionale come “valore assoluto”, il libro riflette sul processo di unificazione e sul periodo immediatamente successivo in cui l’ex Regno delle Due Sicilie viene spogliato di molte sue ricchezze.
“È stata una unificazione fatta male”, ha sostenuto il senatore Di Stefano nella presentazione del volume in cui ha tentato di spiegare prima di tutto il titolo, ovvero come e perché al Mezzogiorno è stato negato un percorso di sviluppo.
In primo luogo partendo dal fatto che al Sud c’era una superiorità economica. Visto che, ad esempio, il più grosso insediamento industriale dell’epoca si trovava in Calabria (poi smantellato e trasferito al Nord) o che quella borbonica era la terza flotta commerciale in Europa o anche che l’omosessualità era reato al Nord e tollerata al Sud, cosa che dimostrerebbe il fatto che il Sud, oltre ad essere economicamente più forte, era anche socialmente più illuminato e tollerante.
E in secondo luogo partendo anche dal fatto che, visto che la storia è scritta dai vincitori, anche in questo caso potrebbe essere rimasta in ombra proprio la realtà dei fatti. Nel libro ci sono alcuni esempi di episodi ingiustamente dimenticati: la vicenda del forte di Fontanelle (“vero e proprio campo di concentramento – citiamo dal libro – dove furono rinchiusi i militari borbonici che non vollero servire il re Vittorio Emanuele II”), la strage di Bronte ad opera del braccio destro di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, per reprimere una rivolta contadini (oggetto di un film di Florestano Vancini e di un lungometraggio del teatino Anton Giulio Majano ben presto fatti sparire dai circuiti ufficiali) e la generale caratterizzazione data al fenomeno del brigantaggio (anche in questo caso c’è stato un film con un cast stellare e diretto da Pasquale Squitieri completamente sparito).
Non è, comunque, una battaglia di retroguardia quella che il libro vuole portare avanti. Anzi c’è una precisa proposta per guardare con ottimismo al futuro che passa per la linea del recupero della nostra identità culturale e territoriale. È questa, secondo Di Stefano e colleghi, l’unica arma vincente per affrontare le sfide del terzo millennio.





