L’AQUILA – “L’arte, la cultura e il dialogo restituiranno la vita a questa città”, questo il messaggio di padre Quirino Salomone, frate francescano di origini chietine ma legato all’Aquila ormai da tanti anni.

Personaggio molto intraprendente, non rinuncia mai a esprimere la propria opinione sia pur con la pacatezza e l’equilibrio che ci si aspetta dall’abito che indossa.

Apre ad AbruzzoWeb le porte del suo appartamento a ridosso della Basilica di San Bernardino in piazza d’Armi, che è stata tirata su in attesa dei lavori a quella semidistrutta dal sisma.

Nel complesso, oltre alla chiesa, c’è la Mensa di Celestino realizzata grazie al suo impegno e gli appartamenti che ospitano i frati minori.

Non ama i mezzi termini questo frate di 73 anni, molto conosciuto all’Aquila e non solo. Ha le idee chiare sulla situazione del capoluogo, specie dopo il terremoto.

Parla di ciò che manca agli aquilani e di ciò che sbagliano, dei giovani e della vita notturna, dei nuovi poveri e dell’aiuto di cui hanno bisogno, dei social network e del giusto modo di utilizzarli.

Padre Quirino esamina una realtà da ricostruire, non solo materialmente ma prima di ogni altra cosa, spiritualmente, e dalle fondamenta.

A suo dire la cultura del dialogo, dell’ascolto, dell’amore fraterno creeranno i presupposti per risollevarsi da uno scenario impoverito già da prima del sisma.

Come vede la situazione all’Aquila a due anni dal terremoto? Come trova gli aquilani?

Il terremoto è stato un evento “rivelatore”, ha portato alla luce tutti quei problemi che già esistevano, ma in uno stato di latenza. La nostra è una città che continua a lamentarsi del fatto che non si sente aiutata, rivelando un egoismo di fondo. Per esempio, in città non si sente mai parlare dei disastri che sono avvenuti altrove in Italia, come in Veneto l’anno scorso o in Liguria quest’anno. Nessuno è partito da qui per andare a dare una mano, come invece hanno fatto loro con noi. Ci si concentra solo sui propri problemi e questo ci rende antipatici agli occhi del resto del Paese che sta perdendo la stima per noi.

Così dimostriamo di avere la pretesa di essere al di sopra delle necessità degli altri. Questa chiusura di mentalità impedirà la giusta reazione alle difficoltà che ci troviamo a fronteggiare quotidianamente. Non si sta facendo nulla per restituire la vita alla città. Pensiamo solo ai contributi e ai privilegi che possiamo ottenere nell’immediato da questa situazione catastrofica. È necessario costruire una nuova mentalità che sia quella della produzione di beni e servizi, perché senza di essa, una volta che la città sarà ricostruita, comunque si vivrà nella miseria e nell’aridità. La mia è una tesi dimostrabilissima.

Su cosa crede si dovrebbe puntare concretamente per cambiare le cose?

Sul grande giacimento di risorse che il territorio offre: l’arte, il teatro, la montagna e la natura in genere, il turismo, l’università. Invece di essere fonte di produzione di ricchezza, sono gestioni passive, buchi neri da riempire. Il terremoto avrebbe potuto essere un’occasione per creare ricchezza. Perché ricostruire non vuol dire solo risistemare materialmente i palazzi, la città. Dobbiamo riuscire a far funzionare le istituzioni, i laboratori del dialogo, le fucine di cultura, perché è questo che ci servirà per vivere domani. Bisogna reagire come una comunità che vuole ripartire da un ideale puro di concordia interna, altrimenti non ci sono speranze.

E cosa ci dice dei giovani?

I ragazzi all’Aquila aspettano che qualcun altro al posto loro gli costruisca una vita e un futuro.

Sembra ci sia una certa ripresa di vivacità, specie per il desiderio di far rinascere dei punti di aggregazione, come sta accadendo nel centro storico. Cosa pensa del proliferare dei locali notturni?

I locali notturni sono punti di aggregazione per i momenti di spensieratezza, per il “dopo lavoro”, ma si riducono a essere dei “nascondigli”, quando i ragazzi hanno bisogno di “palcoscenici”. Non è questo quello a cui mi riferisco quando penso alla costruzione di un futuro per i giovani. Non è necessario costruire un luogo fisico dove riunirsi, ma è vitale che i giovani si aprano al confronto tra loro, al dialogo, al dibattito. C’è bisogno di costruire ‘fucine di pensiero’ dove si impari ad ascoltare e dove si discuta dei bisogni giovanili avendo però uno schema progettuale. Internet, per esempio, costituisce un mezzo utilissimo in tal senso.

A proposito di Internet… Cosa l’ha spinta a iscriversi a Facebook?

Il voler essere più vicino ai miei fedeli e ai cittadini. È uno strumento molto importante per me ma è anche un mezzo attraverso il quale si riconosce il diritto degli altri a esprimersi, specie per chi se lo vede negato nella propria vita, magari proprio all’interno della propria famiglia.

Cosa bisognerebbe fare concretamente per riempire il vuoto che il sisma ha generato nella vita quotidiana?

Ogni genere di espressione artistica aiuterebbe, la musica e il teatro in particolare. I ragazzi oggi devono essere aiutati a discutere tra loro. Bisogna capire che quello che la nostra società, vecchia, ha da offrire non corrisponde a ciò di cui i ragazzi hanno realmente bisogno. Si parla un linguaggio del tutto diverso! A loro non interessa delle tasse e dei redditi. Sembra ci sia la volontà di mantenere la gioventù sedata e divertita, così che, istupiditi dalla banalità del quotidiano, che sembra essere l’unica preoccupazione urgente, i ragazzi non chiedano più nulla. I giovani devono rimpossessarsi del diritto all’autogestione di commercio e lavoro.

Che cosa può spingere a un gesto come quello di chi nel maggio scorso ha deturpato le nicchie di San Bernardino appena restituite alla città dopo il restauro?

Sono solo modi per attirare l’attenzione di persone immature che non hanno sicurezze proprie. Sono cose che capitano quando la devianza diventa eroismo. Bisogna però stare attenti a non generalizzare, si tratta pur sempre di una minoranza.

Cosa pensa di chi vuole fuggire dall’Aquila?

È una provocazione che in alcuni casi può aiutare a migliorare le cose. Se sentissi che qualcuno vuole scappare da questa realtà andrei in crisi, inizierei a domandarmi se realmente c’è qualcosa che non va. Finisce per essere una cosa positiva perché da tali provocazioni può partire lo stimolo al culto della migliore accoglienza.

Il 5 novembre scorso insieme all’imam Sigr Salihi lei ha presieduto all’inaugurazione del primo centro culturale islamico sorto all’Aquila. Cosa vuol dire per lei la parola tolleranza?

La parola ”tolleranza” deve sparire dal vocabolario, è offensiva, anche se nascosta da una veste elegante. San Francesco ci ha insegnato come prima cosa l’amore fraterno a tutti i costi.

C’è ancora la paura del diverso all’Aquila?

Sì. C’è una forte chiusura mentale su queste cose, quella aquilana è una cultura che ruota su se stessa. Bisogna dire che l’evento è stato compreso da molti, ma la verità è che una cosa del genere non dovrebbe fare notizia, non più! A Pescara, per esempio, non avrebbe suscitato tanto scalpore. Il rimescolamento dell’umanità non ci darà più il privilegio di sentirci diversi. Tra poco saremo tutti sullo stesso piano, allo stesso livello. E ciò ci porterà a rivedere tutto, a dover rileggere anche la storia. Senza contare che a ricostruire L’Aquila saranno gli “altri”, non gli aquilani, sarà la stessa imprenditoria islamica a rilanciare l’economia.

Trova che dopo il 6 aprile 2009 la fede degli aquilani abbia subìto un duro colpo o che si sia rafforzata?

Molti parroci delle diocesi della costa che hanno ospitato gli sfollati nei mesi successivi al sisma mi hanno parlato di una “insignificante presenza religiosa”. Tornando all’Aquila molti si sono avvicinati un po’ di più alla fede, ma la maggior parte degli aquilani non hanno avvertito il terremoto come un segnale spirituale. Pensiamo solo all’egoismo di quei cittadini che volevano intimorirmi e far sì che lasciassi perdere i poveri e gli indifesi.

A cosa si riferisce?

Non volevano che mi impegnassi nella costruzione della nuova Mensa dei poveri a piazza d’Armi, invitandomi a risistemare la sede in centro perché per loro si trattava di soldi tolti all’interesse della città. In realtà questa struttura è stata realizzata con le donazioni del quotidiano Il Centro e della Protezione civile. Non si può pensare la ricostruzione sono in funzione di chi sta meglio. Aiutare i più indigenti è una questione urgente.

Il sisma ha causato l’impoverimento di molti. La Mensa di Celestino rappresenta un indicatore sociale del problema. C’è stato un aumento nell’affluenza?

I poveri sono aumentati in relazione alla perdita di lavoro, è un vero dramma sociale. Ci vorrebbe un’assistenza speciale per questa fascia di persone. Sono quelli che arrivano qui con le bollette e che non sanno come pagarle. È paradossale, invece, che quelli che si lamentano di più siano gli impiegati, quelli che hanno un posto fisso e che non si rendono conto di cosa sia la vera indigenza. Da noi viene un centinaio di persone ma i pasti richiesti sono di più, sull’ordine dei 150 al giorno. Bisogna considerare che molti chiedono di portare a casa il cibo, per esempio per i figli che tornano da scuola.

Come vanno le donazioni? Le istituzioni contribuiscono?

Le donazioni all’Aquila sono davvero esigue. La maggior parte dei benefattori sono nel Lazio, a Chieti, Teramo, Pescara: è lì che facciamo i rifornimenti.

Quali sono i precetti di san Francesco più attuali oggi? Quelli ai quali la società di oggi ha più bisogno di credere?

L’amore fraterno. O la fede si trasforma in amore o tutto è vano. Bisogna amare il prossimo, imparare cosa vuol dire ascoltare veramente. È necessario incoraggiarsi vicendevolmente a credere in Colui che ci salva.