L’AQUILA – Sorridente, sguardo enigmatico, dopo aver mostrato la propria “amaca zen” Roberto Grillo è pronto per un’intervista a tutto tondo con AbruzzoWeb.
Accompagnato dagli amici di “vasca” Silvano Junior Santini e Marco Iannella, il noto fotografo aquilano apre il proprio studio per parlare della sua più grande passione, che è allo stesso tempo una professione: la fotografia.
Con orgoglio e soddisfazione Grillo mostra alcune delle sue numerose maglie di rugby, frutto del grande amore per la palla ovale e del ruolo che ricopre da anni nell’Aquila Rugby, tanto da indossare la casacca numero “17”, bandita per scaramanzia, nella finale del quinto scudetto neroverde.
Da sempre innovatore, nel mondo della palla ovale ha coniato lo stile dei sentimenti, carpendo con il suo obiettivo veri valori come l’onore e il sostegno.
La passata stagione ha capitanato un team di professionisti nel primo corso di fotografia rugbistica in Italia destinata a studenti di scuole superiori e universitari.
Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, Grillo ha all’attivo 12 pubblicazioni e alcune collaborazioni, una ventina di mostre, calendari a tema rugbistico, collaborazioni con periodici, numerosi servizi per matrimoni e altre cerimonie.
Appassionato del bianco e nero, dopo il tragico sisma del 6 aprile 2009 ha percorso la via dei colori, ma la fotografia giornalistica, almeno per il momento, ha deciso di metterla da parte, e svela di aver rifiutato offerte importanti come quella fatta dal Corriere della Sera.
È pronto a fotografare ancora “nonna” L’Aquila in modo espressionista convinto che prima o poi tornerà a vivere.
Pass, gagliardetti, tre palloni e alcuni scatti in bianco e nero dei monumenti storici del capoluogo d’Abruzzo accompagnano la significativa foto ovale “Grazie!”, scattata nella semifinale scudetto e diventata vera e propria icona del quinto tricolore aquilano conquistato a Padova nel ’94 ai danni del quotato Milan.
Fra ricordi ed emozioni, “Fastidio”, questo confessa che è il suo soprannome, guarda al passato, ma riserva anche qualche anticipazione sul futuro, ricordando che ogni singolo scatto è un momento da vivere e conservare.
Sono passati tanti anni dal tuo primo scatto, ricordi qual è stato?
(Ci pensa un po’) Risale all’autunno del 1979, la mia prima foto l’ho scattata fuori il convento di San Giuliano con la Voigtlander di mio padre Claudio. Ho fotografato il bosco e le foglie, avevo 17 anni.
A volte è difficile comprendere appieno il messaggio che un artista esprime con uno scatto, l’interpretazione può essere libera. Negli anni c’è stato qualcosa che le persone non hanno capito del tuo lavoro?
Non mi ritengo un artista, ma un artigiano. Non ho pubblicato o esposto quasi mai fotografie poco convenzionali. Certo ho un mio stile, ormai riconoscibile, ma non ho mai fatto foto “astratte” al punto tale da renderle incomprensibili. L’unico lavoro che è stato poco “capito” ha riguardato una mostra su Auschwitz nel 1995.
Le mie immagini erano molto forti e talmente “astratte” da risultare meno comprensibili di quelle più canoniche del mio collega Marcello Spimpolo.Quegli scatti avevano un valore emozionale fortissimo, sono entrato in crisi tanto da ritenermi indegno. Credo, comunque, che l’importante sia esprimersi.
C’è una foto su tutte che ti ha colpito emotivamente?
Di solito non succede mai, ma ce n’è una, Il pentagramma del dolore, che riguarda Auschwitz, a cui ho aggiunto persino il mio sangue. Ci sono cinque fili spinati e note di dolore cristallizzate sul pentagramma che stanno a significare la sofferenza nella storia dell’umanità. L’ho tirata fuori nel ’95 e mi sono accorto che i soli fili non bastavano, così ho fatto un fotomontaggio aggiungendo alle note il mio sangue che mi ha tirato mia moglie Simona.
Che significa il bianco e nero per Roberto Grillo?
Sin da subito ho iniziato a stampare in bianco e nero, dal gennaio dell’1981. Sono cresciuto tanto dal punto di vista della manualità e dell’artigianalità fino ad arrivare al top. Io vivo di bianco e nero. La linea di demarcazione c’è stata il 6 aprile 2009.Nel 1980 sono andato come volontario in Irpinia e ho ancora le scene nitide di quello che è successo e che poi ho ritrovato qui all’Aquila la stessa distruzione. Sapevo che avrei fatto il fotoreporter della mia città, tanto da aver nascosto le mie macchinette in luoghi “sicuri”. Il primo lavoro a colori è stato per l’Ansa dopo il terremoto. I lavori più importanti prima del sisma l’ho sempre fatti in bianco e nero e lo sto rivalutando anche per i matrimoni.
Con l’avvento del digitale credi che la figura del fotografo professionista rischi l’estinzione?
Professionismo non sempre è sinonimo di belle foto, ci sono dei fotoamatori molto più bravi che fanno altri mestieri.Io continuo a sviluppare il mio linguaggio andando dritto per la mia strada e seguendo il mio percorso di crescita. Non credo ci sia concorrenza, anzi, forte dei miei 31 anni di esperienza sono felicissimo che le persone si avvicinino alla fotografia. Il digitale ti fornisce la possibilità di gestire il processo creativo dall’inizio alla fine; c’è anche una riduzione dei tempi, ma l’obiettivo resta lo stesso.
Se potessi eviteresti di riscattare qualcosa?
No, rifarei tutto. È come se dicessi a una persona di non vivere un anno della propria vita. Anche una cosa dura come il terremoto credo di averla fotografata con grandissima dignità.
C’è invece una foto che in futuro ti piacerebbe scattare?
Il mio sogno erano i Mondiali di rugby 2011 in Nuova Zelanda. Mi è dispiaciuto non esserci, ma la fotografia più importante, che mi fa mantenere, è quella dei matrimoni.
I tuoi figli erediteranno la tua passione o si dedicheranno ad altro?
Sia Alessia che Luca sono portati per la fotografia, ma non sono interessati a fare il mio lavoro, peccato. Mio figlio ha ereditato però la passione per il Milan, ma non per il rugby. In realtà ha provato a giocare, ma poi ha smesso.
Sei il fotografo ufficiale dell’Aquila Rugby, nella finale dell’ultimo scudetto avevi il “17”, poi dopo il 2000 ti sei defilato ed è stato successivamente Massimo Mascioletti a tornare a coinvolgerti…
Perfino Paolo Pacitti, al termine della partita, lesse il mio nome assieme a quello dei giocatori! Dopo l’avvento del professionismo (1995 ndr) sono stato in crisi e c’è stato un disamoramento. Con il ritorno di Massimo mi chiese se fossi disposto a stargli vicino perché servivo per ricreare il gruppo. Io ho accettato volentieri perché anche oggi esistono gli stessi valori che ho conosciuto trent’anni fa.
Soffermiamoci sul presente e sul futuro. Mancano pochi mesi al nuovo anno. Qualche anticipazione sul calendario dell’Aquila Rugby 2012?
Ho sottoposto la mia idea iniziale all’ufficio marketing, poi mi sono accorto che non “reggeva” e l’ho autobocciata. Posso dirti che quest’anno farò il calendario assieme a Spimpolo e stiamo lavorando per realizzarlo. Ovviamente per aprile lo stile sarà diverso.
Sei sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Al momento, oltre al calendario, a cosa ti stai dedicando?
Sto preparando una mostra sulla città che verrà allestita dal 26 marzo 2012 all’8 aprile 2012. Stavolta mi piacerebbe poter fare tante foto poco “comprensibili” realizzando un lavoro espressionista. L’Aquila per me è come se fosse una persona cara, una nonna, sono talmente innamorato che ho bisogno di fotografarla.
Chi è Roberto dietro l’obiettivo?
(Ride) “Fastidio”: questo è l’unico soprannome che ho collezionato nella mia vita. Sono anche il capitano dei master dell’Aquila Nuoto.
Concludiamo con le passioni di “fastidio” e il piatto preferito..
Oltre alla fotografia c’è soltanto il nuoto. Adoro la pasta al burro con il parmigiano reggiano e la fettina panata con il radicchio, non marsicano, ma trevigiano! (ride).



