L’AQUILA – Davanti a quei “cumuli di macerie” della distruzione appena accaduta, l’imprenditore rideva di gusto perché c’era “lavoro per i prossimi dieci anni”.
Nuove risate sul terremoto dell’Aquila, disgustose e odiose perché scaturite da una tragedia che ha colpito migliaia di persone e fatto centinaia di vittime.
Il terremoto che il 6 aprile del 2009 ha distrutto il capoluogo abruzzese, per Carmelo Virga rappresentava solo un’occasione per fare business.
Lo rivelano alcune intercettazioni che consegnano la fotografia di un imprenditore “senza scrupoli”, come l’ha definito la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo che a Virga e ai suoi parenti, costruttori originari di Marineo, ha sequestrato un patrimonio stimato in un miliardo e 600 milioni di euro.
Dalle conversazioni emergono anche possibili contatti il ministero degli Esteri, per mettere le mani sulle commesse per la ricostruzione post terremoto.
Pochi giorni dopo il sisma, mentre gli aquilani erano sfollati e piangevano i 309 morti, Virga parla con Franco Diesi, imprenditore originario di Corleone, condannato in primo grado e assolto in appello per mafia, a cui il prefetto di Milano ha impedito con un’informativa di lavorare nei cantieri di Expo.
È il 22 aprile di sei anni fa e Virga è già stato sul posto a caccia di affari.
“Oggi sono andato nelle zone terremotate – raccontava – io sono andato a Terni, poi sono arrivato alle porte di Perugia, poi sono andato a Fabbro da me… poi a Calvi dell’Umbria che mi stanno approvando un progetto… erano le due e ho detto ora ci vado e sono scappato per L’Aquila, minchia disastri”.
A quel punto Diesi specifica che “… già i primi 50 milioni di euro glieli hanno mandati”. E Virga lo tranquillizza: ”E vabbè ma ancora privati non ce ne sono. Là è tutto protezione civile, vigili del fuoco, pompieri… minchia ci dobbiamo andare, secondo me per dieci anni, per i prossimi dieci anni di lavoro solo là saranno per l’Italia, per l’edilizia… minchia quante macerie… cumuli di macerie”.
E rideva, rideva assieme a Diesi, come annotano gli investigatori nelle informative, mentre faceva riferimento alla tragedia abbattutasi sugli aquilani.
Risate anche poche ore dopo quel 22 aprile, a telefono con un architetto che gli ha chiesto: “Allora ce n’è di lavoro là?”. Vent’anni di lavoro, iniziando ora”, risponde Virga, facendo seguire le sue parole con un’immancabile risata.
Sette giorni dopo, il 29 aprile, l’imprenditore parla a telefono con Pietro La Chiusa che presumibilmente, annotano gli investigatori, passa la cornetta a Salvatore Lanzalaco che gli spiega: “Già con quello ci abbiamo parlato ieri… ieri io ho perso tutta la mattinata al Ministero degli Esteri a parlare con questo… ora lui mi ha detto… dammi un po’ di carte… un po’ di cose che la cosa si può fare… perché a quanto… vabbè poi appena ci vediamo ti spiego”.
Virga cercava di infilarsi negli appalti per la ricostruzione: “Perché onestamente qualcosa la vorrei intrapre… perché c’è tutto da fare… organizziamo uno studio tecnico privato… mettiamo quattro baracche di legno in qualunque modo organizziamo… compriamo un pezzo di terreno”.
E Lanzalaco lo tranquillizzava: “Abbiamo proprio i riferimenti giusti”. Virga aveva fretta: “Quando dici tu io salgo perché il tempo è ora”.




