L’AQUILA – Non lasciarmi, meglio dirlo subito, non è per tutti. È un film sottile, che riesce a fare impressione senza impressionare, tutto giocato com’è sulla fotografia, sui silenzi dei personaggi, che dicono sempre meno di quello che pensano e sembrano costantemente chiusi in una teca di vetro che non hanno alcun potere di scalfire.

Dalla prima all’ultima scena tira un’aria strana, un senso di ineluttabile che imprigiona le loro esistenze e sembra non trovare spiegazioni.

Facciamola breve. Il film va guardato con attenzione ma senza esagerare, perché la trama non è complicata, ma bisogna aver voglia di apprezzarne la profondità, che senza dubbio c’è. Il succo è tutto qui.

Chi va al cinema per il piacere di spaparanzarsi sulla poltroncina a gambe larghe e non pensare a niente, insomma chi non ha nessuna voglia di stare male, lasci pure perdere e stia a casa, perché rischia di passare due ore da inferno.

In Non Lasciarmi si soffre, e non poco. Il ritmo, non la sceneggiatura e ancor meno gli attori, è il vero punto debole ma, forse, paradossalmente anche il pregio di questo lavoro per niente banale, diretto dall’uomo dei videoclip Mark Romanek, al quale va dato il merito di aver rispettato, forse anche troppo, la straordinaria lentezza che contraddistingue il libro di Kazuo Ishiguro.

Il quale avrà anche messo in piedi, da George Orwell in avanti lo hanno fatto in migliaia, una storia che descrive il futuro a tinte fosche che più fosche non si può, ma lo ha fatto bene.

Bisogna ringraziare di non essere stati allevati al collegio di Hailsham, sperduto nel verde della campagna inglese, dove i bambini vengono tirati su da fior fior di educatori, fanno sport, ridono, scherzano e imparano di tutto, insomma fa molto oasi ecologica Plasmon.

I piccoli crescono nella bambagia, ma non capiscono la vera ragione per cui si trovano lì da sempre.

Non sanno che sono nient’altro che macchine costruite per essere smontate pezzo per pezzo, clonati dal primo all’ultimo per donare i loro stessi organi per i trapianti, ciclo dopo ciclo, fino a quando il corpo non ce la fa più e muore.

Kathy, Tommy e Ruth come i loro coetanei non hanno idea di cosa li aspetta e nemmeno se lo chiedono. Fino a quando una maestra in classe spiffera tutta la verità e immediatamente le viene dato il benservito dalla direzione. Che ne sarà di loro?

La scopriranno presto, sulla loro pelle. Chi rimane sveglio fino ai titoli di coda, uscirà dalla sala pieno dei mitici dubbi sui limiti della scienza, a chiedersi quanto tempo manca perché da qualche parte nel mondo nasca la prima Hailsham.

La domanda però è un’altra: perché i tre ragazzi, come i loro colleghi, non fanno ciò che farebbe chiunque abbia un minimo a cuore la propria pelle, ovvero darsi alla fuga più bieca e meschina? È un bel mistero.

Voto: 7