L’AQUILA – Sulla figura e sulla vicenda di Giulio Petrilli, 65enne originario di Ortona Dei Marsi (L’Aquila) ma aquilano di adozione, ex dirigente di Rifondazione comunista ed ex amministratore dell’Ater, scomparso ieri a causa di un’embolia polmonare, pubblichiamo le parole di Alfonso De Amicis, storico esponente aquilano della sinistra di classe, amico di vecchia data di Petrilli.

Petrilli è stato portavoce dell’associazione per il Diritto al risarcimento per ingiusta detenzione a tutti gli assolti: nel 1980, allora ventenne, venne accusato dai magistrati di essere uno dei capi di Prima Linea e fu arrestato con la pesantissima accusa di “banda armata”.

L’imputazione gli costò sei anni di carcere in un regime simile al 41 bis. Qualche tempo dopo, però, la tesi dell’accusa cadde.

Nel 1986 la Corte d’Appello di Milano lo assolse e, tre anni dopo, anche la Cassazione confermò la sua innocenza. In seguito a tali accadimenti, Petrilli iniziò delle vere e proprie battaglie di civiltà per vedere riconosciuti i pesanti danni per l’ingiusta detenzione, per se stesso e per tutte le persone che in Italia hanno subito la stessa sorte.

DE AMICIS, “PROTAGONISTA DELLE RIVOLTE PROLETARIE, GIULIO HA SUBITO LE INGIUSTIZIE DEL MONDO PER LA SUA GENEROSITA'”

Parlare, ricordare la figura di Giulio è oltremodo difficile, Perché ci si pone di fronte alla nostra storia a vicissitudini che hanno segnato la storia di questo Paese. E che hanno segnato la vita di ognuno di noi.

Giulio ha pagato molto per la generosità con cui si è letteralmente gettato in situazioni che hanno modificato nel profondo la storia italiana.

Le rivolte proletarie per una maggiore giustizia sociale, per una vera uguaglianza che rompesse l’ipocrisia borghese in Italia, è avvenuta nel 1977, a differenza degli altri Paesi europei dove avvenne soprattutto nel 1968.

L’Italia delle fratture sociali, della precarietà, delle differenze sociali verticali, esplose nel 1977.

Giulio le visse con tensione, emotività e passione personale. Senza confini. La risposta del potere istituzionale statale e nel suo complesso fu feroce. Solo una parte di essa ritenne di intervenire su un piano sociale e culturale. La legge sui giovani ne rappresentò l’esempio più forte e impattante. L’altro fu repressione leggi speciali, chiusure, ottusità.

Già allora la Trilaterale aveva intrapresa la via della deflazione salariale e la disarticolazione della rigidità operaia. Le fughe in avanti da parte di alcuni settori avevano il “destino” segnato.

Giulio pagò oltremodo e in modo ingiusto e illegale le decisioni della magistratura. Si fece cinque anni, quindi minuti, ore, giorni, mesi di carcere ingiusto.

La sua virtù devastata per sempre. Cercò in ogni modo di avere un minimo di giustizia. Essa dovette retrocedere di fronte alla omertà allo spregio di tutti alla difesa di un mondo che possiamo definire di zombie istituzionali. Egli poi in seguito come uomo di vera sinistra stabilizzò dei precari, ma suscitò le riprovazioni della Corte dei Conti: in epoca di austerità, ciò era ed è considerato un atto di lesa maestà. Sul cotto l’acqua bollita.

E fu condannato alla restituzione dei soldi. Insomma, Giulio ha subìto le ingiustizie del mondo. Le stesse che da secoli vengono evocate dai dialoghi tra Don Chisciotte e Sancho Panza.

E secondo una vulgata oggi di moda, ribellarsi alle ingiustizie sarebbe come lottare contro i mulini a vento. Ecco, Giulio, come quella generazione, ha accarezzato e praticato quella epopea di Don Chisciotte. Uno che ha scrutato l’orizzonte.

Non so se la terra ti sarà lieve, ma conserveremo le ultime conversazioni fatte davanti ad un piatto di pasta asciutta.

Il tempo, purtroppo, non è stato onesto.