L’AQUILA – Vent’anni fa moriva Charles Bukowski. Aveva solo 74 anni e, malgrado una lunga ed estenuante gavetta nell’Underground californiano, lo scrittore aveva iniziato ad assaggiare il successo e una certa ricchezza da poco più di una decina d’anni.

L’Europa era la sua cassaforte, cospicui diritti d’autore attraversavano l’oceano e pagavano i conti del mutuo e della macchina, perché nessuno è profeta in patria.

Non lo è stato Gesù Cristo, figuriamoci se Bukowski poteva rappresentare un’eccezione. Il figlio di Dio l’avevano messo in croce, a lui era andata meglio, ma sapeva che la pacchia poteva finire da un momento all’altro.

E continuava a scrivere, senza sosta, perché anche solo l’idea di ripiombare nella sua vecchia vita da ubriacone era un incubo insopportabile. La sua benzina era la paura, malgrado gli avessero dedicato film destinati a rimanere nella storia e il jet set di Hollywood che l’aveva a lungo schifato ora gli faceva la corte.

Nella sua vita scombinata era arrivata una donna molto più giovane di lui, Linda Lee, a mettere ordine e a scacciare un po’ di fantasmi. Via la birra e il vino scadente. Più medicine e meno grassi. A lui non rimaneva che battere sui tasti e, finalmente, poteva abbassare la guardia, dedicarsi ai romanzi e alle poesie, più rapide, più dirette.

Poteva trastullarsi con i suoi gatti o prendere l’auto e andare a scommettere sui cavalli. Fino a quando nella sua vita fece irruzione una malattia difficile da sconfiggere.

A distanza di due decenni da quel 9 marzo, anni in cui le opere di Bukowski hanno continuato a vivere, godendo di una inalterabile “buona salute”, arriva tra qualche giorno in libreria una biografia inedita e controcorrente che non si accontenta dei luoghi comuni, che non si limita a collezionare episodi sin troppo noti che hanno fatto di Bukowski un fenomeno da baraccone, pubblicato in quanto personaggio e non per lo scrittore di razza qual era.

Roberto Alfatti Appetiti, giornalista abruzzese, non si ferma all’apparenza. Scava. Passa al setaccio verità e bugie. Ed ecco l’uomo Bukowski, il poeta e lo scrittore, con le sue debolezze, i suoi sentimenti, i suoi riferimenti culturali, sorprendenti per alcuni, sconcertanti per altri.

Cèline, Hamsun, Fante, Pound, cos’aveva in comune con loro il vecchio Hank? Cosa legava quelle “vecchie pellacce che hanno combattuto così bene” con l’americano di origini tedesche Heinrich Bukowski.

L’autore svela l’altro Bukowski, quello che non è mai stato raccontato e tenuto nascosto sotto al tappeto perché ritenuto impresentabile, poco in linea con la leggenda del rivoluzionario da tastiera, della macchietta inoffensiva, dell’erotomane che puoi tenere buono con un bicchiere.

Alfatti Appetiti accompagna passo passo nella vita di Buk senza tacere niente: l’adolescenza difficile, il rapporto con il padre, tiranno e maestro, gli incontri e gli scontri, soprattutto scontri: con i Beat, con le femministe, con gli omosessuali, con chiunque gli capiti a tiro. I successi, pochi, e gli insuccessi, molti.

Le letture. La musica classica. Le amicizie. Gli amori. Cadute e risalite. Risate e lacrime. Dolori e soddisfazioni. Donne, tante. Fino alla fine.

Fino all’ultimo tratto di strada, come scrive Alfatti Appetiti nell’ultimo capitolo di questo libro che riempie un grande vuoto e che restituisce a Bukowski quel che è di Bukowski, di cui l’autore offre uno stralcio in anteprima ad AbruzzoWeb.

La chemioterapia darà filo da torcere al cancro ma finirà con l’indebolire il sistema immunitario spianando la strada alla polmonite e alle complicazioni che gli daranno il colpo di grazia il 9 marzo del 1994, pochi minuti prima di mezzogiorno.

La maggior parte dei necrologi, pur non potendo tacere l’incredibile seguito da autore cult quale Bukowski è, rispolverano l’abusato stereotipo del dirty old man, dell’autore sopravvalutato e dalla condotta poco raccomandabile.

A Bukowski, però, il fuoco di fila non sarebbe dispiaciuto, è sempre meglio dell’indifferenza. Non si sarebbe fatto bendare gli occhi, né si sarebbe voltato di spalle. Sarebbe rimasto in equilibro sulle sue zampe d’elefante, ridendo come il suo Von Himmlen. Solo contro tutti: «Stile significa un uomo solo circondato da miliardi di uomini». Era esattamente quello che aveva cercato con ostinazione, perché dolersene?

Morto il personaggio, le parole erano finalmente libere di andare e colpire.

«Ma il peggio è che qualche tempo dopo la mia morte mi scopriranno veramente. Tutti quelli che quando ero vivo avevano paura di me o mi odiavano d’un tratto mi capiranno appieno. Le mie parole saranno ovunque. Si formeranno circoli e associazioni. Sarà nauseante. Gireranno un film sulla mia vita. Faranno di me un uomo molto più coraggioso e dotato di quanto non sia. Molto di più. Roba da far vomitare gli dei. La razza umana esagera tutto: i propri eroi, i propri nemici, la propria importanza. Stronzi. Ecco,mi sento meglio. stramaledetta razza umana. Ecco, mi sento meglio».

Da Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski (Bietti edizioni)
pp. 305-306 (Capitolo 10. Non ci provare)