L’AQUILA – Chi glielo spiega adesso ai poveri illusi che il vero volto dell’Aquila terremotata, a cinque anni dal sisma, è anche e soprattutto quello grigio, insipido e malaticcio che si è presentato con una pistola davanti a Rocco Pollice, uno degli psichiatri migliori di cui la città potesse disporre?
Non basta recarsi nella chiesa di San Bernardino, quella di legno, in periferia, mica quella che sta a petto in fuori in centro storico, per prendere parte al funerale di un uomo che ha deciso di togliersi la vita a 45 anni con un colpo di pistola, per capire che è troppo tardi per capire.
Non basta assistere a un funerale epico e intimo, due ore e passa perché c’era da dare spazio alle voci del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, e di altri amici e non semplici colleghi di Rocco Pollice, come Massimo Casacchia e Vittorio Sconci, o Maria Grazia Cifone, direttrice del Dipartimento di Medicina dell’Università dell’Aquila.
No, non basta.
Non basta ripetere all’infinito a parenti, amici, conoscenti, che la coperta capace di proteggerci dal freddo del post-sisma era già corta quando i nostri muscoli erano ancora caldi e il cielo, sì, era furioso, ma i nervi tesi impedivano alla mente di vedere bene il dramma.
Non basta piangere su quel “Sono un uomo buono” lasciato scritto sul muro della casa inagibile in via Agnifili, l’ultimo palcoscenico della vita terrena che Rocco Pollice ha scelto per dirsi addio, per dire addio a tutti.
Non basta gettare fiumi di lacrime sulle lacrime di una madre, mamma Elsa, che ha perduto un figlio, “figlio mio, come faremo senza di te?”, una donna che per non morire deve aggrapparsi a un nipotino che chiede dov’è suo papà, quel papà che non può esserci perché “è a curare le ‘bue’ in ospedale”.
Non basta spellarsi le mani sui messaggi pieni di amore e di incredulità dei colleghi di Pollice.
Non basta farsi forza davanti al feretro del ‘Dottor Smile’, uno che si era caricato sulle spalle centinaia di persone in preda ai guai della mente e dell’anima. Non basta darsi pacche sulle spalle, abbracciarsi, raccontarsi a bassa voce la verità sullo stato reale delle cose aquilane, che vanno male, malissimo, mentre Padre Quirino Salomone, monsignor Giovanni D’Ercole non ha potuto esserci fisicamente per impegni improvvisi, predica il nulla della Bibbia di fronte a tanta gente distrutta dal dolore.
Non basta promettere al dottor Pollice “porteremo noi avanti quello che hai lasciato tu”. Non basta nominare Padre Lorenzo, in missione in Burkina Faso, per evidenziare l’assenza di uno dei tanti fratelli di fede e di cuore dello psichiatra.
Non basta disperarsi sulle parole della moglie di Pollice, su quell’ammissione tremenda e così dannatamente umana di una moglie ora vedova che dice davanti a tutti di non essersi accorta del male di suo marito. Una moglie ora vedova che ripete, come a punirsi più volte, “non me lo perdonerò mai”; ma c’è un figlio piccolo a cui pensare, un figlio piccolo da crescere e al quale spiegare, quando sarà, il ‘volo’ del papà Rocco, quell’uomo che voleva solo amore, che non ha voluto lasciare L’Aquila terremotata per accettare incarichi migliori sotto tutti i punti di vista.
“Da piccoli, difendevate sempre i più deboli”: mamma Elsa, di singhiozzo e di sangue, a raccontare di una speciale bontà d’animo in casa Pollice che si perde nell’infanzia di Rocco. Difendere i più deboli, aiutarli con la psichiatria e con l’umanità.
“Avevamo stabilito un linguaggio in codice via sms – ha svelato Cialente – perché Rocco spesso non poteva rispondere al cellulare. Se avevo da segnalargli un caso grave, gli scrivevo ‘urgente’. E lui mi rispondeva ‘urgente quanto?'”.
“Questa città da oggi è più povera”, dice la Cifone con una passata di voce senza forza.
Tutti hanno capito. Tardi, ma hanno capito. Però non basta. “Rocco con questo gesto ha spiegato il male del secolo. Per i grandi uomini l’esistenza è troppo breve”, la ‘firma’ di Sconci in mezzo ad altre strazianti testimonianze.
Doc, del resto anche la chiesa era troppo piccola per ospitare l’enorme folla per quest’ultimo, assurdo saluto. E anche questo articolo è troppo piccolo per raccontarla tutta quest’ultima, assurda giornata.
Ciao, Doc. Senza di te, da adesso in poi sarà tosta trovare uno ‘smile’ in mezzo ai tanti guai che ci annebbiano la mente.
Da adesso in poi, siamo ancora di più nei casini.






