L’AQUILA – “Non si può accelerare troppo con i beni culturali se non ci sono i palazzi privati che marciano insieme”.

Invita a darsi una mossa il direttore regionale dei Beni culturali, Fabrizio Magani, per la ricostruzione di uno dei simboli dell’Aquila, la cattedrale di San Massimo, distrutta dal sisma del 6 aprile 2009 come l’adiacente Curia arcivescovile.

Il problema è che si tratta dell’aggregato “delle discordie”, un grande appalto da 45 milioni di euro che, nelle scorse settimane, ha suscitato un uragano in Curia per via della paventata assegnazione ad aziende “amiche”, con una corsa contro il tempo prima che arrivasse un nuovo arcivescovo, corsa finita male perché, appena nominato, monsignor Giuseppe Petrocchi ha bloccato tutto.

Un’inversione di tendenza rispetto alle precedenti ricostruzioni, assegnate dalla Chiesa aquilana a colpi di affidamenti diretti.

La vicenda è stata scoperchiata da AbruzzoWeb e, secondo quanto si appreso, è arrivata fino ai corridoi delle stanze vaticane, facendo molto rumore.

L’occasione per la domanda sulla cattedrale a Magani è felice, la restituzione alla città dell’oratorio di San Giuseppe dei Minimi, che si trova a pochi metri dall’edificio di culto dedicato al patrono del capoluogo, senz’altro più piccolo e di minore impegno di spesa, 1,7 milioni di euro contro i 45 per tutto l’aggregato del Duomo, chiesa compresa.

Ma spesso le ricostruzioni dei beni culturali viaggiano a velocità differenti e Magani ne è consapevole.

“Bisogna portare avanti l’aspetto monumentale ma senza perdere d’occhio l’effettivo piano che riguarda gli edifici privati – dice – Il caso dell’aggregato più rappresentativo di questa zona della città mi pare esemplare da questo punto di vista”.

Concetto ribadito, nella visita all’Aquila, anche dal ministro per i Beni culturali Massimo Bray: “Chiediamo con forza che la ricostruzione civile sia parallela a quella dei beni culturali, definendo tempi e risorse puntuali”.

Per San Massimo in particolare, tuttavia, si viaggia su un terreno minato. L’arrivo di monsignor Petrocchi ha infatti portato al congelamento del bando già emesso per selezionare l’impresa che dovrà occuparsi del maxi restauro e di altre operazioni simili.

Bando della discordia, perché osteggiato dall’associazione costruttori (Ance) provinciale e regionale con una lettera in cui si sottolineava che i requisiti, snocciolati con un’inserzione sul Sole24Ore, erano tali e tanti da far fuori dalla corsa tutte le aziende locali, favorendo pochi colossi nazionali con qualche “amico” dei vertici curiali, come si è appreso.

Un’operazione gestita attraverso il Consorzio Sant’Emidio, controllato dalla Chiesa del capoluogo, proprietaria della stragrande maggioranza degli stabili attraverso il presidente Augusto Ippoliti e il responsabile dei lavori l’ingegnere Antonio Masci.

Ma a tenere le mazze anche una commissione capeggiata da uno dei più stretti collaboratori dell’ormai ex arcivescovo monsignor Giuseppe Molinari, vale a dire don Alessandro Benzi, e dai suoi consulenti: l’avvocato pugliese Michele Conte, il commercialista Gimede Gigante, anch’egli pugliese, e l’architetto Marco Volpe, che ha sostituito Ippoliti nella guida dell’organismo.

Nonostante gli stimoli di Magani, quindi, per ora tutto resta fermo anche se lo stesso Petrocchi confessa a questo giornale che “la speranza è grande, mi auguro di rientrare presto anche se il lavoro lì è più complesso”.

“Spero che la tempistica possa essere quella disegnata nei progetti che ho potuto vedere – conclude l’arcivescovo, confermando di essere già a conoscenza della vicenda – Dipenderà da tanti fattori. La buona volontà comune potrà rendere possibile la realizzazione di questi sogni”. Alberto Orsini