L’AQUILA – Il sapore amaro della polvere di quella notte ha lasciato spazio a un vuoto da riempire, uscendo la mattina presto e rincasando quando fa buio, cercando però di regalare più luce possibile a chi sta crescendo.

La voce dell’avvocato Andrea Filippi De Santis, ‘Andreino’ per chi lo conosce da tanto tempo, è sempre di un gradevolissimo baritonale, ma ha perduto la forza di un tempo. Sua mamma Anna Mazzarella non c’è più da quell’orribile 6 aprile 2009, uccisa a 79 anni dal terremoto, in via Don Luigi Sturzo, una di quelle vie che agli aquilani abbastanza grandi per ricordare ‘regalerà’ paura, dolore e rabbia fino alla fine dei giorni.

Il quarto 6 aprile Andrea lo passerà a casa insieme a sua moglie e alle due figlie, che all’epoca avevano 8 e 6 anni.

“Non ho preso parte alla fiaccolata in memoria dei nostri martiri – spiega – l’ho fatto per le prime due edizioni, spero di non ferire i sentimenti di nessuno. Per me è 6 aprile tutti i giorni, il dolore è un compagno di vita che non mi lascerà mai. Sono sempre molto quando si avvicina la ricorrenza, ammetto che un po’ mi pesa riflettere se partecipare o meno alla fiaccolata. Per questo tendo a estraniarmi in queste situazioni, mi vergogno un po’ a dirlo. Mi intristisco molto, penso sempre a mia madre e alle altre vittime, ma non sento la necessità di ricordarlo ulteriormente in mezzo a tante persone. Spero che la fiaccolata non si spenga. La città deve ricordare i suoi morti ogni anno”.

“Andai a riprenderle le mie due figlie la sera a casa di mamma – racconta l’avvocato aquilano, presidente dell’associazione ‘Orfani del 6 aprile’  – se fossero rimaste avrei perduto anche loro. In via Sturzo chi vorrà potrà ricostruire sul terreno, uno dei due condomini crollati è stato dissequestrato dalla Procura della Repubblica pochi mesi fa. Io andrò a portare un fiore dov’è morta mia madre, non di più”.

“C’è bisogno di futuro – conclude Filippi De Santis – non tanto per me, quanto per le mie figlie, dopo quattro anni stiamo rischiando di lasciar andare via i nostri giovani, quindi il nostro futuro. Le mie figlie, come tanti altri, stanno crescendo in una città svuotata, ancora straziata, vanno qualche volta in centro storico con mia moglie, mai con me. Vorrei che le generazioni più giovani si affezionassero a una città anche se da ricostruire con tutte le difficoltà del caso. Come si fa a diventare grandi in un luogo che non senti tuo?”.