L’AQUILA – Oltre 400 aziende in crisi, più di 30 milioni di cassa integrazione (circa il 10 per cento in più rispetto allo scorso anno), un terzo dei giovani disoccupati e importanti vertenze che riguardano gruppi storici come la Micron di Avezzano (L’Aquila) o la Sixty di Chieti.

È un Natale amaro quello dei lavoratori abruzzesi, alle prese con i mali che hanno investito l’economia nazionale: pressione fiscale, crollo dei consumi, precariato, delocalizzazioni, burocrazia, difficoltà nell’accesso al credito e carenze infrastrutturali.

Un quadro desolante, con qualche rara eccezione: rabbia e speranza per 2013 appena iniziato, che AbruzzoWeb ha voluto raccogliere in due interviste ad altrettanti lavoratori alle prese con un futuro di precarietà e incertezze.

L’ultima cattiva notizia, in ordine di tempo, è l’annuncio dei 700 esuberi della Micron: la volontà della proprietà è quella di lasciare, come affermato al tavolo tecnico convocato dal ministero dello Sviluppo economico, e si attende un nuovo acquirente in grado di salvare dal baratro una delle realtà più importanti della regione che attualmente occupa 1.600 persone più l’indotto.

Dai primi di gennaio si tornerà a parlare anche della Sixty, con i vertici dell’azienda che hanno rinviato ulteriormente la presentazione del piano industriale, pure se la volontà sembra quella di voler riassordire solo 50 degli attuali 400 occupati.

Anche il settore edile non se la passa bene: secondo i dati forniti dalla Cisl in due anni il numero degli addetti è sceso di 12 mila unità, nonostante L’Aquila del post-terremoto e della ricostruzione avrebbe dovuto rappresentare il “cantiere più grande d’Europa”.

Ci sono, poi, le vertenze storiche dell’Aquilano: da quelle del polo elettronico del capoluogo, Finmek, Compel e Technolabs, a quelle dell’alimentare nella Marsica e in Valle Peligna, Campari e Coca Cola.

Dopo il crack del tessile, problemi per la Golden Lady di Gissi (Chieti) e per grandissima parte del Teramano. In provincia la crisi strutturale è simboleggiata dal primato negativo del maggior numero di ore di cassa integrazione autorizzate di tutto l’Abruzzo.

Anche il Pescarese, che non ha una realtà industriale paragonabile alle altre province, risente dei cali nell’ambito dei servizi e del terziario.

L’unico comparto in controtendenza è quello dei call-center, che ha numeri significativi in termini di persone impiegate ma genera pochissimo indotto ed è continuamente sotto la scure delle delocalizzazioni: non sono pochi, infatti, i casi di strutture chiuse in 24 ore e trasferite all’estero, dove il costo della manodopera è nettamente inferiore rispetto all’Italia.

Combatte e sopravvive, ma con grandi sforzi, la rete della piccola e media impresa, messa a dura prova dall’andamento negativo dei consumi.

Una parziale nota positiva, invece, arriva dall’accordo siglato pochi giorni fa per lo stabilimento Honda di Atessa (Chieti): i giapponesi hanno deciso di non chiudere, ma per 170 lavoratori (originariamente gli esuberi erano 650) si è aperta la procedura di mobilità volontaria, con 80 di essi che verranno riassorbiti come stagionali, mentre altri 30 avranno opportunità di prestare dei servizi a favore dell’azienda.

Sempre nel settore dei motori della Val di Sangro, la Sevel ha confermato che la produzione per il 2013 resterà la stessa dell’anno in cordo, ovvero 206 mila furgoni, anche se per realizzarli verranno utilizzati circa 600 lavoratori in meno, aumentando i carichi di lavoro.

Sempre nel Chietino c’è da registrare la chiusura della cartiera Burgo.

In tutto, a oggi, sono 507 mila gli occupati in Abruzzo, anche se almeno un decimo ha un lavoro cosiddetto “povero”: persone che vivono con uno stipendio di 7-800 euro al mese.

Tra essi, però, vanno conteggiati i 35 mila in cassa integrazione, che diventano 43 mila se si sommano i lavoratori in mobilità e quelli che percepiscono l’assegno di disoccupazione.

Su tutti la scure delle tasse, diventata ormai insostenibile, come riferito da uno studio di Confartigianato: “un sondaggio su un campione di imprenditori, ha rilevato che per il 74% delle imprese, pari a 100 mila aziende abruzzesi, la pressione fiscale è cresciuta in media del 22,6% negli ultimi 12 mesi”.

LA RABBIA: IL LAVORATORE MICRON

“LA CRISI È COME UN MEDICO CATTIVO CHE UCCIDE IL MALATO”

Diciassette anni di lavoro nella stessa azienda sono tanti. Cervello e muscoli per costruire qualcosa di buono in questa vita, una famiglia, una casa, il futuro personale e quello dei figli per potersi rivedere giovani un giorno lontano.

Diciassette anni al lavoro, dalla gioventù alla maturità degli uomini. Ti dai da fare, mattoncino dopo mattoncino definisci sempre meglio il tuo stare al mondo. Consapevole dei rischi del mestiere e dell’imperfezione umana guardi con altrettanta umana fiducia il domani che deve ancora arrivare. Poi, pian piano, nel meccanismo si intrufola un verme, un corpo estraneo e famelico creato in laboratorio per divorare ogni cosa, accelerando a ogni metro.

Questo verme si chiama crisi. Che poi la crisi, questa crisi, può pure avere mille spiegazioni, alcune ridicole, altre sostanziose e credibili, ma il risultato è sempre lo stesso: uccidere il malato, mica salvarlo.

Gianni Giansante tiene 40 primavere, una moglie (“per fortuna lavora”) e due maschietti rispettivamente di 3 anni e 2 mesi. Lui, Gianni, fa parte, anche da sindacalista Fiom, della grande casa della Micron di Avezzano, uno dei gioielli del fu grandioso settore industriale abruzzese.

La stessa Micron dei tagli di 700 lavoratori, quasi la metà dell’intera “famiglia”, la stessa Micron dei tagli micidiali che squarciano la fine di questo 2012 di recessione e annunciano altre ferite per un 2013 con tutta probabilità, salvo miracoli non proprio terreni, letteralmente da incubo per quel che riguarda il fronte dell’occupazione italiana.

“Lavoro in Micron dal 2005, avevo 23 anni – racconta Giansante ad AbruzzoWeb – oggi ne ho 40. Ho costruito tutto grazie a questo lavoro, a uno stipendio che negli anni mi ha aiutato a diventare adulto, a mettere al mondo dei figli insieme a mia moglie. Adesso ogni cosa sembra perduta, non riesco a crederci. Ricordo diversi momenti difficili, ci sono sempre stati, basta pensare alla cassa integrazione, ma si era sempre nel cerchio dell’ordinario, quando la produzione rallentava un po’ si passava un breve periodo da cassa integrato, poi però si tornava in fabbrica. E adesso?”.

Eppure, qualche segnale di crisi, anche abbastanza forte, c’era stato.

Anche al di fuori delle crisi. In Micron produciamo dei sensori d’immagine su supporto a 200 millimetri, alta tecnologia per cui c’è bisogno di personale altamente qualificato, parliamo di un settore che ha bisogno di una innovazione continua. Ed è proprio questo il punto: in Italia non si è investito per rinnovare una produzione che avrebbe rappresentato il futuro della microelettronica italiana, qualcosa che il mondo intero avrebbe invidiato. Servivano 3 miliardi di euro. E non sono mai stati stanziati. Quando in Micron ci siamo resi conto di un’amara verità, abbiamo anche compreso di dover affrontare un futuro difficile.

La politica locale aveva la Micron da mostrare con orgoglio, oggi non è più così.

Ai tempi d’oro della Micron, i politici facevano la passerella da noi. Ora non più, è inevitabile. Qualcuno si è veramente impegnato per difendere il futuro di più di 1.600 lavoratori e famiglie, come il sindaco di Avezzano, Gianni Di Pangrazio, e l’onorevole Giovanni Lolli che ci ha permesso di incontrare Claudio De Vincenti, attualmente sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico. Io da sindacalista Fiom sono stato a stretto contatto con queste persone, non posso fare altro che ringraziarli. Al contrario, sono rimasto stupito dal comportamento del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente.

Perché?

Gli aquilani che lavorano in Micron sono 250. Un’enormità. E oggi rischiano di restare senza lavoro, come tutti gli altri, come me. Avrebbe dovuto e potuto difenderli.

Il 2013 è arrivato. Sarà un anno da vita o morte.

Lo spartiacque ha una data ben precisa: il 14 di gennaio, a Roma, per una grande manifestazione e un incontro con l’azienda che metterà sul tavolo il programma futuro. Qui ci sono 1.623 posti di lavoro, neanche una persona deve andare via. Con 700 lavoratori in meno, diventeremo una fabbrichetta senza futuro. Roberto Santilli

LA SPERANZA: L’OPERAIO HONDA

“PER FORTUNA NON RIMARREMO A PIEDI”

Alla Honda i lavoratori guardano al 2013 con un sospiro di sollievo. Dopo l’accordo natalizio, l’anno nuovo ridisegna nuovi e meno cupi scenari. Il tempo in cui si rischiava la chiusura dello stabilimento, o la sua riduzione a magazzino con 180 addetti, è ormai alle spalle.

Il vertice giapponese ha assicurato lavoro per 355 addetti più 80 stagionali e incentivi alla mobilità volontaria per una settantina di altri lavoratori.

“Certo non possiamo ancora dormire sonni tranquilli – spiega Francesco Flaminio, operaio alla catena del montaggio motori e rappresentante sindacale della Uil – perché ci sono ancora una sessantina di lavoratori che dovranno andare in mobilità, sebbene si tratta di mobilità volontaria con diversi incentivi”.

Operaio in Honda da 16 anni, sposato e padre di due figli, Flaminio può finalmente guardare al futuro con un po’ di ottimismo, perché sa che, in un modo o nell’altro, potrà continuare ad assicurare l’unica entrata della sua famiglia.

E anche in fabbrica, tra i lavoratori, l’umore non è più nerissimo.

“Almeno adesso – dice Flaminio – sappiamo che comunque abbiamo una possibilità di scelta tra diverse opzioni di fronte a noi e non corriamo il rischio di subire decisioni unilaterali. Comunque, non rimarremo a piedi. Ma guardando indietro, certo dobbiamo ringraziare quei cento lavoratori che hanno deciso di lasciare il posto di lavoro con procedura di mobilità volotaria a novembre scorso”. Arianna Iannotti