L’AQUILA – “Vogliamo esprimere la nostra solidarietà con chi ha deciso di manifestare su un muro della città il suo dissenso alle politiche di sicurezza messe in atto dall’amministrazione Biondi”.

È quanto si legge in una nota del Collettivo Fuori Genere in merito all’azione, del 6 luglio scorso, che ha visto una giovane aquilana, insieme ad altri ragazzi al momento ignoti, imbrattare diversi immobili e Palazzi storici del centro storico del capoluogo regionale con stencil e bombolette di vernice nera recanti scritte contro la Polizia e la misura del Daspo urbano.

Nei giorni scorsi la Digos, con il coordinamento della Procura della Repubblica dell’Aquila, ha eseguito un decreto di perquisizione locale e informatica della giovane che risulta indagata.

“Riteniamo esagerata l’azione salutata dal sindaco come segno della grande efficienza delle forze dell’ordine nel contrasto di ciò che minaccia la tranquillità della città. Viene da chiedersi quale sia il tipo di città che si sta proponendo e a quale costo si ottenga questa ‘tranquillità’, oltre ai milioni di euro di fondi pubblici spesi per mettere telecamere ovunque, guardando tutto, ma osservando nulla”, si legge nella nota del Collettivo.

“Come già fatto notare di recente anche da altri collettivi che tengono viva la zona dell’ex o.p. di Collemaggio, le misure di sicurezza messe in atto dall’amministrazione, come telecamere e daspo, non fanno altro che spostare la criminalità un po’ più in là: si nasconde sotto il tappeto tutto ciò che non si vuol vedere, creando emarginazione e ulteriore disagio e quindi, di fatto, peggiorando il problema”.

“Siamo pertanto d’accordo con le scritte che sono comparse in città: anche per noi la sicurezza non si riduce all’installazione di telecamere in città o al maggiore dispiegamento di agenti di polizia. Non è un controllo autoritario e violento a fare la sicurezza di un luogo, ma un tessuto sociale sano: una cittadinanza attiva, consapevole e solidale e un’azione congiunta tra cittadinə e istituzioni che si esprime nel rispetto delle diversità, nel rifiuto di ogni forma di violenza, discriminazione e sopraffazione”.

“Come collettivo femminista – viene aggiunto -, sappiamo benissimo cosa significano le parole scritte su quei muri, sappiamo che l’affetto e la vicinanza delle nostre sorelle, amiche e compagne ci proteggono e ci rendono meno solə. Una rete capillare e permanente di movimenti, collettivi transfemministi e centri antiviolenza ci tutela perché trasforma lo spazio pubblico, attraverso pratiche sociali di contrasto alla violenza di genere e quindi di resistenza. Questo ci rende più forti, non solo in quanto singolə ma come comunità”.

“Sicurezza vuol dire anche strade ben illuminate e spazi pubblici fruibili in tutta la città, non solo in specifiche vie del centro dedicate principalmente alla passeggiata dei turisti. Il sindaco dovrebbe occuparsi con altrettanta solerzia delle zone meno turistiche del centro, così come delle periferie e frazioni della città che chiedono spazi pubblici piacevoli, percorsi per pedoni e biciclette, parchi e biblioteche: tutti servizi necessari per vivere la propria città e non soltanto abitarla. Ci chiediamo perché mentre si punta il dito, usando spesso un linguaggio violento, contro una giovane che cerca di esprimere lo scontento di tantə altrə che non si riconoscono più in una città e in un centro storico ridotti ad una vetrina commerciale, si fa invece spallucce davanti alla privatizzazione di spazi pubblici quali la scalinata antistante la Basilica di San Bernardino o la facciata della Basilica di Collemaggio, (che sono ‘beni comuni’ e non ‘del Comune’) ? Perchè questi luoghi vengono utilizzati per concerti a pagamento ( finanziati con i soldi pubblici della ricostruzione), non accessibili a tuttə, e oscurati da teli per evitare ai cosiddetti ‘furbetti’ di godere di un po’ di ‘cultura gratis’ (!)?”.

E ancora: “Cosa definisce a questo punto il concetto di ‘vandalismo’? Chi sta davvero danneggiando la città ed il suo tessuto sociale, culturale e anche estetico? Una scritta su un muro o lo sfruttamento del territorio e dello spazio pubblico per fini unicamente commerciali? Sappiamo che spesso i muri bianchi nascondono il dissenso, come in questo caso. La questione è politica: in nome del decoro, strumento vile dietro al quale si tenta di nascondere la realtà di una città con una sanità al collasso, afflitta dalla disoccupazione e da una marginalità e un disagio crescenti,  si vuole punire chi osa criticare programmi e azioni dell’amministrazione comunale. Questa si chiama REPRESSIONE, e noi la rifiutiamo”, conclude Fuori genere.