L’AQUILA – Uno degli enti principali della ricostruzione è in panne, tra l’indifferenza di molti, e il rischio concreto è che si blocchino o non aprano per niente i cantieri pubblici.

Per questo sono sul piede di guerra una cinquantina di lavoratori della sede aquilana del provveditorato alle Opere pubbliche per il Lazio-Abruzzo e la Sardegna, che hanno sottoscritto e recapitato alla redazione di AbruzzoWeb una lettera dai toni durissimi in cui rivendicano l’impegno profuso nei processi di ricostruzione al quale, però, non sarebbe corrisposto un giusto riconoscimento, da parte di cittadini e istituzioni .

Situazioni logistiche difficili e carichi di lavoro straordinari: due elementi ai quali i lavoratori hanno cercato di far fronte, ma nonostante tutto nulla ha impedito “le critiche e le accuse di presunti ritardi, che hanno trovato espressione anche sulla stampa, alle quali nessuno ha ritenuto di replicare con la giusta indignazione” scrivono i lavoratori che aggiungono: “non vogliamo fungere da capri espiatori di nessuno”.

Il provveditorato, infatti, ha la delega a seguire importanti opere pubbliche della ricostruzione, come palazzo Camponeschi, sede della facoltà di Lettere del capoluogo, l’ex Onpi, la scuola De Amicis in piazza San Bernardino, la nuova caserma dei Vigili del fuoco, le case dell’Ater, solo per fare alcuni esempi tra i tanti.

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA

Il personale del Provveditorato Opere pubbliche Lazio-Abruzzo-Sardegna, sede coordinata dell’Aquila, intende esprimere tutta la propria solidarietà e la propria stima nei confronti dei colleghi coinvolti nelle recenti indagini giudiziarie, per la nota correttezza dimostrata in trenta anni di servizio.

Nel contempo, i dipendenti non possono fare a meno, anzi ritengono manifestare il loro disagio per le condizioni in cui sono costretti a lavorare dopo il sisma del 6 aprile 2009.

In poche unità rispetto alla sproporzionalità della mole di lavoro, senza una sede adeguata, senza risorse, hanno assicurato e continuano ad assicurare, con sacrifici personali enormi, la funzionalità dell’Ufficio, senza alcun interessamento da parte degli Organi centrali dell’Amministrazione, che hanno invece assiduamente partecipato alle più disparate cerimonie di inaugurazione.

Sul Provveditorato si sono riversate competenze vaste e disparate, a volte per legge, molte altre per iniziativa degli enti locali. In tal modo il Provveditorato si è trovato ad essere soggetto attuatore pressoché unico della ricostruzione pubblica, senza avere la struttura e la dotazione di risorse umane e strumentali che un tale ruolo richiederebbe, ed i suoi dipendenti hanno acquisito un carico di responsabilità che non ha paragone in altre realtà dell’amministrazione pubblica e non trova alcuna forma di assicurazione, diversamente dal comparto privato, in relazione agli elevatissimi rischi professionali, amplificati dall’urgenza e la mole di lavoro.

Ciò nonostante, dal 7 aprile 2009 i dipendenti, anche coloro che erano stati più duramente colpiti dal terremoto, hanno dato il proprio significativo contributo per il superamento dell’emergenza, in contemporanea con l’organizzazione del vertice G8 del luglio 2009, e, in seguito, per l’attuazione di quegli interventi, maggiormente strutturati, che sono il fondamento  della ripresa della vita pubblica ed economico-sociale della città e del suo territorio.

I risultati conseguiti, numerosi e significativi, l’intensa attività in corso non hanno impedito le critiche e le accuse di presunti ritardi, che hanno trovato espressione anche sulla stampa, alle quali nessuno ha ritenuto di replicare con la giusta indignazione, nonostante fosse doveroso, ove si di consideri che i procedimenti in trattazione sono  per loro natura complessi e ricchi di implicazioni e determinati da apposite norme di legge.

Se le conseguenze di quanto realizzato con il nostro impegno sono queste, ci dobbiamo dunque rammaricare dei sacrifici fatti. Certamente lo spirito con cui andremo a lavorare da oggi in poi sarà diverso. Non ci si parli più di urgenze o di prestare la nostra opera per risolvere i problemi che altri enti no non vogliono affrontare o di assumere responsabilità da altri abilmente evitate. Non vogliamo fungere da capri espiatori di nessuno. La città forse si rifarà, ma, con nostro rammarico, con un tempo più lungo di quanto sperato.

Considerato l’esasperato protagonismo economico, culturale, amministrativo di cui è vittima questa città, il generale clima di gratuito sospetto ed in assenza di qualsivoglia forma di riconoscimento, anche solo verbale, degli sforzi compiuti, perdurando tale stato di fatto, è lecito chiedere che gli enti del territorio si facciano carico dell’attuazione degli interventi sugli edifici di cui ognuno è proprietario, per altro nello spirito dell’articolo 67 ter della legge 134 del 7 agosto 2012, che, nel disporre la cessazione dello stato di emergenza, richiama per la gestione delle procedure, il riparto di competenze previsto dall’articolo 114 della costituzione.

I NOMI DI CHI HA FIRMATO LA LETTERA

Roberto Angelone, Rossella Aurunzo, Livia Baliva, Adalberto Boccacci, Andrea Campana, Fulvio Casale, Domenico Centi, Giovanni Cerratti, Concetta Chilante, Antonella Cialente, Stefania Ciccozzi, Francesco Cipolloni, Fulvio Ciuffini, Lamberto Cocciolone, M.Luisa Corte Rappis, Cristian Damiani, Maurizio D’Antonio, Lidio Dell’Orso, M. Tiziana Di Iacovo, Francesco Di Paolo, Pietro Di Stefano, Pio Elia, Maddalena Ferrante, Giuliana Giancola, Ambleto Gianneramo, Maria Graziani, Stefano Graziosi, Raffaella Gueli, Margherita Iarossi, Vincenzo Magnifico, Daniela Mancini, Pietro Marchionni, Beatrice Olivieri, Alberto Parascandolo, Paolo Parisse, Roberto Pelliccione, Lucio Perinetti, Claudio Pietrosanti, Grazia Quatela, Mauro Rancitelli, Simonetta Retica, M. Cristina Salustri, Novella Santilli, Giuseppe Schettino, Giorgio Torelli, Daniela Torturo, Domenico Tunno, Antonello Venti, Giuseppe Vesce, Luigi Zaccagno, Valter Zetti.