L’AQUILA – Torna, dopo tre anni, il derby Juventus-Toro, una giornata particolare per AbruzzoWeb.
È già da giorni che Roberto Santilli e Pierluigi Biondi si insultano con frasi irripetibili e si preparano alla stracittadina che si disputa sotto la Mole ammorbando il lavoro dei colleghi. Per farli sfogare senza rompere abbiamo chiesto loro di mettersi a scrivere qualcosa: una sorta di scambio epistolare per costringerli a stare zitti e divisi.
Un punto di vista dal lato Juve, Santilli, e uno da quello Toro, Biondi. Ci si sono messi d’impegno, fin troppo, tanto che li abbiamo richiamati e invitati a stare con i piedi per terra: qui non siamo a Torino, né nella redazione della Stampa ma, soprattutto, voi non siete Roberto Beccantini e Massimo Gramellini. (red)
Notte da derby, il primo fra Juventus e Torino allo Juventus Stadium.
Il buon Pierluigi Biondi spera di festeggiare il suo 38esimo compleanno con una bella ‘incornata’, ma sarà dura. Anche se il Toro di Ventura, come tutte le squadre di Ventura, gioca molto bene. Per precauzione, però, consigliamo al nostro amico e collega granata di andarci piano con i nervi, di restare calmo calmo e di evitare di lanciare sfide quasi impossibili da vincere.
Basta vedere quello che è successo all’Inter dell’autista Atac Stramaccioni, meritatamente sbruffona allo Stadium qualche settimana fa, s’è poi persa per strada per aver osato battere una Juventus che non perdeva da 49 turni. Vedremo il Milan, catenaccio, cuore, arbitro Rizzoli e contropiede per fare lo sgambetto a una Vecchia Signora scialba e con le idee parecchio confuse, come se la caverà d’ora in avanti. Perché contro Madama tutti sfoderano prestazioni incredibili, tutti non vedono l’ora di infierire sui campioni d’Italia per poi sgonfiarsi nei passaggi successivi.
C’è da dire che anche se il derby della Mole non è, da molti anni, il derby tra due squadre formidabili, dalla parte del Toro c’è una voglia matta di fare lo scalpo alla Zebra (come vuole la tradizione, certo).
E con Napoli a due soli punti dai bianconeri, l’atmosfera è davvero incandescente.
Probabilmente, il Biondi si sta preparando per accoltellare verbalmente tutti i suoi amici e nemici bianconeri, imitato da milioni e milioni di anti-juventini d’Italia in caso di vittoria sulla Juve. E se al ritorno dall’Olimpico di Roma dopo la sconfitta per 2-0 contro i giallorossi di Zeman, il tecnico più sopravvalutato della storia del calcio, di polemiche per il rigore fasullo concesso alla Roma non è che ne abbiamo sentite (neppure l’eco del “vergogna!” di Ventura dalla panchina), siamo strasicuri che in caso di errore pro-Juventus, il sindaco di Villa Sant’Angelo si indignerà e si preoccuperà di ricordare ai cuori bianconeri quanto sono ladri e ladroni, irrimediabilmente ladri e ladroni, magari biascicando e muovendosi da tornante brasiliano dopo una bella sbronza per rimuovere l’ennesima sconfitta contro chi a Torino, dicono, non comanda, ma stranamente vince sempre.
Stavolta Riccardino Maspero non c’è. E di zolle, sul manto dello Stadium, non ce ne sono affatto.
Ti salutiamo ‘alla Maresca’, vecchio cuore granata che altro non sei. Con le corna al vento. Roberto Santilli
È già difficile per me accettare il concetto che esistano in Italia degli juventini, quando poi te li ritrovi gomito a gomito e devi condividere con loro alcune ore della tua giornata, la sofferenza diventa quasi insopportabile.
Dopo tre anni riassaporiamo aria di derby e la data coincide con il mio compleanno numero 38. Ne avevo uno quando vincemmo lo scudetto, 21 quando Rizzitelli mise il sigillo sull’ultimo successo contro i “rigatini” regalandoci una doppietta e tanta gioia.
Se scavo nella memoria ho nelle orecchie la voce gracchiante in radio del cronista di “Tutto il calcio minuto per minuto” che annunciava l’incredibile rimonta del 3-2 e il mantra “Dossena-Bonetto-Torrisi” mi accompagna ancora oggi. Ne ho visti anche alcuni dal vivo, compreso quello deciso dal gol di Trezeguet con un fuorigioco millimetrico (circa 6-7 mila millimetri, intendo) che mi rispedì all’Aquila pieno di rabbia e di telefonate di sfottò.
Uno dei più belli, però, rimane quello del 3-3: i gobbi già festeggiavano, finché il Toro non gli rifilò tre pappine di seguito e il rigore spedito da Salas alle stelle grazie anche al “lavoretto” che intanto maspero aveva fatto intorno al dischetto.
Poca cosa, dirà quel tizio con la bandiera bianconera e il poster di Asamoah dietro le spalle: classico degli juventini, che di calcio, quello vero, non capiscono niente.
Che ne sanno del tremendismo granata fatto di sogni e tragedie, del Grande Torino di Mazzola, di Meroni e Ferrini, della sedia alzata da Mondonico contro il cielo maledetto di Amsterdam. Che ne sanno dei lucciconi davanti alle figurine Panini di Pulici e Graziani, simboli di un’epoca d’oro che chissà quando tornerà. Che ne sanno della magia della Maratona e della rabbia di Bruno, Annoni, Policano e Giacomo Ferri: per loro degli “scarponi”, per noi dei gladiatori.
È difficile far capire l’importanza del sudore e delle lacrime se il tuo interlocutore è intento a lucidare i trofei in bacheca e a trovare le prove dell’innocenza di Moggi e soci. In tempi di ardori politici giovanili l’avrei definita la “lotta del sangue contro l’oro”, oggi mi limito a dire che è il confronto tra due stili: da un lato chi non si arrende mai, nonostante tutto, dall’altro chi, nonostante tutto, quando perde scompare per anni e pensa che “l’importante sia solo vincere”, come disse Boniperti, un galantuomo che, però, aveva scelto di stare dal lato sbagliato della Mole.
Già me la immagino questa giornata: l’ansia che cresce minuto dopo minuto, l’attesa, la speranza, i riti scaramantici, il tutto in mezzo alle telefonate degli amici che ti fanno gli auguri e ai troppi aperitivi, perché è pur sempre il mio compleanno. Ma solo fino alle 20.45, poi ci sarà spazio unicamente per l’apnea, il fiato sospeso, le unghie sgranocchiate fino all’osso.
Novanta minuti di trance, in cui ti tornano in mente le prese in giro dei tuoi compagni di scuola che tifavano per Juve-Milan-Inter, le trasferte umilianti a Frosinone o Ancona, le corna di Maresca che fa il verso a Ferrante, uno a cui manco può allacciare gli scarpini.
Un’ora e mezza da vivere in due: io e il Toro, nessun’altro.
Per cui ti avviso, caro Roberto Santilli, io ti voglio bene, ma non oggi, quindi se perdiamo non chiamare né mandare sms, non te lo perdonerei.
E, comunque, ti faccio una promessa: quella schifosa bandiera a strisce che mi costringi a vedere tutti i giorni, prima o poi, te la brucio. Pierluigi Biondi






