PESCARA – All’alba personale del comando provinciale della guardia di finanza, della Questura e del comando provinciale dei carabinieri ha sequestrato beni immobili e beni mobili per un valore stimato di 3,2 milioni di euro.
L’ingente patrimonio sottoposto a sequestro si trovava nella disponibilità di famiglie di etnia rom, gli Spinelli e i Di Rocco.
Si tratta in particolare, di quattro unità immobiliari con aree di pertinenza annesse, due autovetture, un motociclo e 14 rapporti finanziari intestati o comunque riconducibili, ai membri delle due famiglie residenti a Pescara e a Montesilvano.
Questo è il risultato di un complesso lavoro investigativo svolto dalle forze di polizia in applicazione del provvedimento noto come codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione entrate in vigore lo scorso 13 ottobre.
I BENI SEQUESTRATI
Gli immobili sottoposti a sequestro si trovano in via Venna, via Vella e via Aterno, a Pescara, per un valore catastale rispettivamente di 900 mila euro, 450 mila euro e 300 mila euro.
Quello di Montesilvano si trova in via Mosa e il valore è di 250 mila euro. Le strutture di Pescara sono riconducibili ad Armando Spinelli, anche se sono intestate a familiari cioè figli e nipoti, quello di Montesilvano invece è riconducibile ad Arcangelo Di Rocco a cui sono stati sequestrati due conti correnti da 50 mila euro.
Altri 12 conti correnti sono degli Spinelli, per un importo di 152 mila euro. Le auto finite sotto sequestro sono una Tmax, una Smart e una Golf.
Per una terza famiglia rom, si è arrivati invece alla confisca definitiva, e l’abitazione si trova in via L’Aquila, a Montesilvano: nei giorni scorsi è stato effettuato il sopralluogo richiesto dall’Agenzia nazionale e nei prossimi mesi la famiglia che occupa l’immobile sarà sfrattata e si conoscerà la destinazione a fini sociali della struttura.
Nel corso della conferenza stampa il colonnello Roberto Di Mascio della Guardia di finanza, Egidio Labbro Francia della questura e il capitano Enzo Marinelli della compagnia dei carabinieri di Montesivano hanno spiegato come si sono svolte le indagini, finalizzate ad accertare che i nomadi non posseggono redditi derivanti da attività lecite (massimo 2 mila euro) e intestano generalmente a minorenni i beni acquistati con denaro derivante dalla commissione di reati (anche se davanti casa compare il nome del capostipite pluripregiudicato).
Consistente la disponibilità di denaro dei rom, e lo dimostra il fatto che a seguito di una scrittura relativa a questi immobili sono stati presentati 143 mila euro in contanti.
Per evitare di essere scoperti i nomadi, che ormai sanno di essere tenuti d’occhio, aumentano i passaggi di proprietà e affinano le tecniche di interposizione degli intestatari, ricorrendo a chi non è conosciuto alle forze dell’ordine.
Inoltre mantengono un basso profilo e per delinquere raggiungono altre località.
Quando si arriva alla confisca definitiva, però, le famiglie rom vengono sfrattate, come è già accaduto.
E così emerge ai loro occhi la reale portata di queste operazioni.
IL PLAUSO DI PAGANO
“A nome mio personale e dell’Istituzione che rappresento, volevo porgere il mio plauso agli uomini della Questura di Pescara e dei Comandi provinciali dei carabinieri e della guardia di finanza, per l’operazione di questa notte che ha portato al sequestro di beni per un valore superiore ai 3 milioni di euro, sequestrati ad alcune famiglie criminali operanti sul territorio della provincia di Pescara”.
È il commento del Presidente del Consiglio regionale Nazario Pagano agli sviluppi dell’inchiesta che ha portato a scoprire un vasto giro di operazioni finanziarie e immobiliari illecite.
“Come rappresentante della massima Istituzione regionale – continua Pagano – non posso che esprimere soddisfazione per il grande lavoro che polizia, carabinieri e guardia di finanza stanno svolgendo sul territorio, a tutela della sicurezza pubblica e della tranquillità dei cittadini”.
“Un lavoro reso ancora più difficile dall’astuzia dei malviventi, che ormai ricorrono a tecniche e sistemi sempre più complessi per mascherare le proprie attività, coinvolgendo addirittura dei minorenni come prestanome. Stratagemmi, però, sventati dalla professionalità e dedizione delle nostre forze dell’ordine”, conclude.





