L’AQUILA – Acque trasparenti, siti internet meno.
Nei portali delle società pubbliche di gestione del ciclo idrico integrato abruzzesi, non si trova traccia dell’elenco degli incarichi e delle consulenze conferiti dai consigli di amministrazione e pagati con le bollette dei cittadini. Unica eccezione: l’Aca di Pescara, che ha una pagina dedicata.
Si tratta di aziende la cui proprietà è totalmente in mano ai Comuni e i cui cda sono nominati con logiche politiche. Scorrendo i nomi delle “governance” delle spa, infatti, si trovano molti ex: sindaci, assessori regionali, consiglieri comunali e dirigenti di partito.
Un sistema spesso messo sotto accusa, per il quale è stato coniato il termine “partito dell’acqua” in occasione delle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto alcuni esponenti di enti d’ambito e società di gestione. Una macchina che gestisce un volume d’affari di circa 100 milioni di euro con oltre 1.000 dipendenti, su cui il commissario straordinario della Regione, Pierluigi Caputi, aveva avviato un’azione ispettiva, la “due diligence”, scandagliando a fondo bilanci e patrimoni in vista della riforma del settore.
Anche il presidente della Regione, Gianni Chiodi, e l’assessore competente Angelo Di Paolo avevano sottolineato come il mondo che ruota intorno all’acqua sia caratterizzato da sprechi e inefficienze.
Nonostante questa vocazione pubblica, cinque delle sei società ritengono che gli utenti non debbano conoscere come vengono spesi i loro soldi.
Nell’Aquilano, per esempio, la competenza su acquedotti, fognature e depuratori è della Gran Sasso Acqua, retta da un cda bipartisan formato dal presidente, Americo Di Benedetto (Pd ex Udeur), dal vice, Salvatore Santangelo (Pdl), e dal consigliere Angelo Bonura (Pd ex Margherita).
Sulla Gsa, a fine 2010, si concentrarono gli strali di Caputi, che aveva “impugnato” due provvedimenti riguardanti un avviso pubblico per la nomina del direttore generale con un contratto da 125 mila euro più iva l’anno per tre anni, e la promozione di un funzionario a dirigente. Secondo la norma richiamata da Caputi, la disciplina delle società “in house”, cioè affidatarie di un servizio in maniera diretta (senza gara d’appalto), dispone che tutti gli atti siano sottoposti al controllo analogo dell’ente di programmazione, rappresentato dal commissario unico, che ha tagliato alcune spese superflue, anche se la strada è ancora lunga.
Del direttore generale, poi, non se ne fece più nulla, anche per l’opposizione di una parte dell’assemblea dei sindaci.
Sembra che il cda abbia “rimediato” allo stop dei primi cittadini rilanciando: da quanto si apprende non solo l’ex direttore Raffaele Pece, ora in pensione, avrebbe ottenuto un incarico, ma a un ex componente del cda, l’ex sindaco di Ocre (L’Aquila) Mauro Tursini, sarebbe stato affidato un contratto di consulenza.
Indiscrezioni che non sono verificabili sul sito, purtroppo, semplicemente perché cliccando sulla sezione “Conferimenti incarichi” esce una schermata che dice “non disponibili”: cristallini, sì, ma fino a un certo punto. (red)






