ASCOLI PICENO – Una lunghissima fila di carri funebri parcheggiati ai margini della strada lungo la via che conduce alla palestra comunale Monticelli di Ascoli Piceno, dove oggi si sono svolti i funerali delle vittime marchigiane del terremoto.
Nel giorno del dolore è stato proclamato lutto nazionale. Trentatré erano le bare disposte in fila e due piccole bare bianche.
I funerali sono stati officiati dal vescovo ascolano, monsignor Giovanni D’Ercole, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Il vescovo nel suo precedente incarico è stato anche presule ausiliario all’Aquila, nei primi anni della ricostruzione, e in un’occasione aiutò anche i cittadini a spalare le macerie di piazza Palazzo.
Dall’Abruzzo anche il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, e il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente.
Al termine dei funerali sono tornate ad Arquata del Tronto, nei cimiteri delle frazioni di Pescara e Capodacqua, le salme delle vittime marchigiane.
Sono 290 le vittime accertate del terremoto. Il bilancio aggiornato è stato illustrato dal vice capo dipartimento della Protezione Civile Angelo Borrelli.
Mattarella stamattina molto presto è giunto il elicottero ad Amatrice (Rieti), prima di recarsi ad Ascoli Piceno.
L’ elicottero è atterrato nella elisuperficie, poco distante dal paese, alle 8:32. Il capo dello Stato ha percorso a piedi il tratto di strada verso il paese con il sindaco, Sergio Pirozzi.
Mattarella ha quindi sostato davanti alla chiesa di Sant’Agostino mentre Pirozzi gli illustrava la situazione dei danni.
Il presidente ha parlato con gli operatori della Croce Rossa Italiana soccorsi speciali giunti dal Piemonte e si è complimentato con loro per il lavoro che stanno svolgendo. “Vi ringrazio per quello che fate” ha detto. “È il nostro dovere, presidente”, gli hanno risposto.
Il presidente ha quindi proseguito verso il centro operativo di coordinamento della Protezione civile.
Dopo aver visitato il centro di coordinamento allestito nel palazzetto dello sport di Amatrice, si è diretto verso la tendopoli, poco distante.
“Al presidente Mattarella ho detto che lui è un uomo fortunato perchè ha l’ occasione di concludere la sua carriera politica e il suo settennato diventando l’ uomo simbolo di una ricostruzione da record – ha detto Pirozzi – Anche lui è d’ accordo che dobbiamo ricostruire dov’era e meglio di come era rifacendo edifici in cemento armato ma con lo stesso aspetto salvaguardando i nostri simboli come la chiesa di Sant’Agostino”.
L’OMELIA DEL VESCOVO D’ERCOLE
“‘E adesso, Signore, che si fa?’ Quante volte, nel silenzio agitato delle mie notti di veglia e d’attesa, ho diretto a Dio la stessa domanda che mi sono sentito ripetere da voi in questi giorni”.
Lo ha detto nell’omelia ai funerali il vescovo D’Ercole.
“A nome mio, nel nome di questa nostra gente tradita dal ballo distruttore della terra: ‘e adesso che si fa?’ mi sono rivolto a Dio Padre, suscitato dall’angoscia, dall’avvilimento di esseri umani derubati dell’ultima loro speranza”.
“Le torri campanarie, che hanno dettato i ritmi dei giorni e delle stagioni, sono crollate, non suonano più. Polvere, tutto ormai è polvere. Eppure, sotto macerie, c’è qualcosa che ci dice che le nostre campane torneranno a suonare, ritroveranno il suono del mattino di Pasqua”, ha aggiunto.
“Un terremoto è la fine: un boia notturno venuto a strapparci di dosso la vita. La nostra terra, però, è popolata di gente che non si scoraggia”.
“Le nostre origini sono contadine. In natura arare è come un terremoto per la terra: si spacca, è ferita, ne esce frantumata in zolle – ha continuato D’Ercole -. L’aratro ferisce ma è lo strumento-primo per la nuova seminagione: si ara per preparare la terra a un nuovo raccolto. I sismologi tentano di prevedere il terremoto, ma solo la fede ci aiuta come superarlo”.
“La fede – ha aggiunto – la nostra difficile fede, ci indica come riprendere il cammino: con i piedi per terra e lo sguardo al cielo”.
“Siamo in un tempo di guerre e anche il terremoto è una guerra”, “un boia che arriva nel buio”: “è saggio a dialogare con la natura e non provocarla indebitamente”.
“La solidarietà e la responsabilità ci fanno tenere i piedi ben saldi per terra in un abbraccio che ci consente di affrontare insieme le difficoltà e costruire un mondo migliore. Gli occhi però devono guardare in alto ‘Guardare al cielo, pregare, e poi avanti con coraggio e lavorare’ come diceva don Orione”, ha aggiunto.
“La solidarietà oggi – ha detto – è rappresentata in maniera solenne dalla presenza del Presidente della Repubblica, al quale rivolgo il mio deferente saluto, dalle più alte cariche dello Stato e dalle tante autorità, dalle molte associazioni di volontariato, e dai tanti amici qui convenuti a mostrare la concreta vicinanza di tanta gente da ogni parte d’Italia e del mondo, la solidarietà soprattutto del Papa, dei vescovi della nostra regione e delle Chiese di tutta Italia come pure del mondo. Grazie a tutti di cuore”.
“Abbiamo pianto e sofferto insieme ma ora è il momento della speranza”.
Ha detto ancora nell’omelia ai funerali il vescovo D’Ercole.
“Sui social molti mi dicono: non ci ripetere le solite cose che dite voi preti. È giusto che lo diciate. Ma se guardate oltre le lacrime scorgerete qualcosa di più profondo. Il terremoto con la sua violenza può togliere tutto eccetto il coraggio della fede. Queste cose che oggi ripetiamo sono una scialuppa quando ci si trova in un mare in tempesta”.






