L’AQUILA – “So che Renzi non lo avete fatto entrare. E questo è un buon segno. Votate le persone oneste e sfanculate chi non lo è, fate piazza pulita. Spero che le persone che hanno rubato a gente che ha sofferto spendano tutti i soldi in medicinali. Tutto il mio disprezzo va a chi ha abusato dell’onore di questa città”.

Ha suonato “sberle” a destra e a manca, indossando i panni del polemista serissimo, prima di quelli del comico, con un intermezzo da architetto teatrale che segue la logica di chi il teatro lo conosce in ogni minimo dettaglio e suggerisce migliorie e soluzioni a chi architetto lo è sul serio.

Enrico Brignano all’Aquila non si è risparmiato, cominciando a farsi sentire dal pomeriggio di venerdì scorso, quando lo spettacolo “Sono italiano ma non è colpa mia”, all’auditorium, oltre mille persone ad attenderlo, della Scuola sottufficiali della Guardia di finanza, era ancora lontano, sia in termini di orario che di distanza dal punto di approdo.

Già, perché l’attore romano (di origini abruzzesi per parte di madre e di fede calcistica laziale), all’Aquila è tornato dopo anni, mettendo piede in centro storico, quello terremotato, per poi andare in periferia a esibirsi come da accordi per inaugurare la stagione 2015-2016 del Teatro Stabile d’Abruzzo dell’era della neo presidente, Nathalie Dompé, assente all’esordio.

L’incasso della serata è stato destinato al Progetto “Teatro Giovani” dello Stabile abruzzese.

E proprio in centro storico, tra le impalcature e la polvere di piazza del Teatro, ha cominciato a suonare le già citate sberle e non solo quelle, in attesa di entrare nel teatro comunale, dove si esibì una quindicina di anni fa, ferito per fortuna non a morte dal sisma del 2009 e che, se non ci saranno intoppi, tornerà rimesso in piedi nel 2017, magari con gli accorgimenti che lo stesso Brignano ha suggerito nel buio del cantiere al direttore dei lavori Marcello Marchetti con la benedizione del sindaco, Massimo Cialente.

Ai microfoni dei giornalisti che hanno atteso un po’ prima di vederlo palesarsi alla guida di un macchinone, insieme ai compagni di palcoscenico, il 49enne comico ha distribuito pezzi di polemiche e riflessioni sulla situazione socio-politica dell’Italia, il Paese che “può farcela nonostante tutto”, nonostante “chi rideva la notte del terremoto, vissuto in un albergo di Firenze dopo uno spettacolo e con l’adrenalina ancora in corpo”, nonostante i “malfattori che ci sono dove c’è denaro pubblico”.

“Con la politica non si ricostruiscono le case, con il buon senso sì”, un altro dei passaggi del corposo confronto con i giornalisti, un confronto senza sorrisi, con punte di dura amarezza mista a rabbia che stridono con l’immagine del Brignano sul palco, ma anche con brevi “stacchi” di speranza per una città ed una nazione che vanno salvate da una decadenza morale che sembra non avere fine.

Ad attendere l’attore per gli onori di casa c’era, tra gli altri, il sindaco Cialente.

“Sindaco, quando le diamo le dimissioni?”, “Mi ha fregato Marino!”, la rottura del ghiaccio fra i due con chiaro riferimento alla vicenda dell’ormai ex primo cittadino di Roma, piddino come Cialente e come il premier e segretario nazionale del Pd, Matteo Renzi, che nella prima e unica visita all’Aquila pochi mesi fa ha vissuto gli scontri tra manifestanti e polizia “in suo nome”, episodio che evidentemente ha fatto riflettere Brignano tanto da spingerlo a complimentarsi idealmente con i riottosi.

A sera, però, nell’auditorium da sold out, Brignano, che non ha preso soldi, si è tolto dal viso il grigiore frutto delle analisi fredde e compassate del pomeriggio scandite da stilettate, per esempio, a chi non conosce il teatro e lo rovina non solo esteticamente (“Basta vedere come è ridotto il ‘Marrucino’ di Chieti”) con interventi e restauri “a culo di gatto”.

E ha mandato in visibilio i mille presenti con un racconto a tinte surreali della storia d’Italia intrisa di talento e malcostume, colpi di genio e ruberie d’ogni risma, piena zeppa di giganti che hanno contribuito a far grande e disgraziato il Belpaese, incapace, pare il cruccio costante di Brignano, di fare la rivoluzione in stile Cina, Cuba, Russia e Francia, magistralmente prese in giro con le parodie di personaggi come Mao, trasformato in venditore di libretti rossi dall’ammaliante accento napoletano, e Che Guevara, talmente vittima dell’estasi nel discorso sulla revolución da deviare in un terrificante tedesco hitleriano, sigaro in bocca e braccio teso.

Non è mancato l’omaggio a sua mamma, nata a Palombara in provincia di Chieti, cui ha dedicato una parte dello spettacolo in dialetto chietino condita con una tenera dedica cantautorale in stile Renato Zero, uno dei momenti in musica a colorare un monologo di quasi tre ore di risate a crepapelle, chiuse con l’abbraccio sul palco al direttore artistico del Tsa, Alessandro D’Alatri, suo amico, di fede calcistica romanista, e regista nella celebre pubblicità del caffè Lavazza, e l’ennesimo elogio agli aquilani e all’Aquila, dove l’ultima volta fu al teatro San Filippo nel 2007, poi l’incasso di uno spettacolo a Tor di Quinto pochi giorni dopo il 6 aprile 2009 devoluto al Tsa per l’emergenza sisma.

D’Alatri, a nome del Tsa, lo ha omaggiato con un “cadeau” a forma di cuore per i trent’anni di carriera.

“È un cuore di plexiglass – ha commentato – quindi è antisismico. Ce la farete voi aquilani, votate le persone oneste e sfanculate chi non lo è, fate piazza pulita”.

“Io sono legato all’Aquila e all’Abruzzo, mia madre è nata in provincia di Chieti e artisticamente sono ‘figlio’ della scuola di Gigi Proietti, che conoscete bene”, ha tenuto a precisare prima di prendere la via delle quinte, citando uno dei più celebri direttori artistici della storia del Tsa.

Tra l’altro, Brignano è stato di recente a Campo Imperatore per alcune riprese del film “Tutte lo vogliono”.