L’AQUILA – A quasi vent’anni dalla prima apertura all’Art Cafè dell’Aquila si respira sempre un’aria fresca di primavera.
Si tratta di un piccolo locale, a metà di Corso Vittorio Emanuele, con una gran voglia di rinascita: come tante attività del centro storico, anche Dario De Michele e Maurizio Di Marco si danno da fare per regalare alla città pillole di resilienza dopo il disastroso sisma del 2009 e dopo la pandemia del Covid-19.
Persone di tutte le età e di ogni estrazione sociale rimangono sempre affascinate dalla sempre affettuosa e sincera accoglienza dei giovani ma già esperti proprietari di un locale in cui, oltre ad una scelta mirata di caffè particolari, si possono gustare fantastici dolci della nonna e decantare ottimi vini abruzzesi e non, respirando un clima di festa che non lascia le mura neanche quando è ora di chiudere.
È da queste esperienze di amorosi sensi che nasce un altro sonetto di Francesco Di Giandomenico, giovane studente aquilano laureato in Studi letterari e culturali all’Università dell’Aquila. Una piccola poesia in cui si celebrano l’amicizia e quel calore umano che la città cerca di non perdere.
La particolarità del sonetto è la scelta del giovane Francesco a volerlo scrivere in dialetto aquilano, tutto sommato perché il dialetto è la lingua degli affetti e della memoria e rischia di scomparire in un momento in cui le memorie e le sensazioni vengono quotidianamente surclassate dall’uso di forestierismi (che sono stati però usati con garbata ironia nel titolo e nella citazione in esergo), nonché da un’idea di autarchia linguistica che nulla ha a che fare con la conservazione delle proprie radici. La poesia, infine, vuole essere un inno alla diversità e all’accoglienza in nome dell’aurea mediocritas – per citare la buonanima di Orazio.
All’Art Cafè di Dario e Maurizio, dunque, prosit!







