L’AQUILA – “Le strutture convenzionate private della Asl provinciale dell’Aquila chiedono un confronto urgente con la Regione e la Asl dell’Aquila, per porre rimedio all’incomprensibile diniego del riconoscimento dei ristori, al pari di tutte le altre aziende che sul territorio nazionale e regionale, hanno subito gravi danni economici dalla pandemia del covid 19. Tenuto conto che nel pieno dell’emergenza siamo rimaste operative, come richiesto dalla stessa Asl, cercando di offrire il servizio migliore possibile”.

Nell’intervista streaming ad Abruzzoweb, la presidente dell’Agenzia coordinamento ospedali privati (Acop) per l’Abruzzo, Lucia Di Lorenzo, proprietaria dell’omonimo gruppo della sanità privata, con sede ad Avezzano, prende la parola sulla spinosa vicenda dei ristori covid negati per le cliniche private della provincia dell’Aquila, su iniziativa della Asl provinciale aquilana, dovuti per la sospensione delle attività da marzo ad aprile 2020, periodo più drammatico della pandemia. Diniego, caso unico in Abruzzo, confermato da una sentenza del Tar, che ha respinto il ricorso della clinica Villa Letizia dell’Aquila, che ha poi presentato in ricorso in Appello.

A vedersi negato il ristoro, oltre a Villa Letizia, anche la Di Lorenzo di Avezzano, la Ini di Canistro, la  la Nova Salus di Trasacco, l’Immacolata di Celano e la San Raffaele di Sulmona, il tutto, secondo una stima, per circa 6 milioni di euro.

Inoltre, la conferma del Tar alla presa di posizione della ASL dell’Aquila rischia di innescare un effetto domino: infatti, sulla base di questa sentenza, anche le altre Asl abruzzesi, in particolare quella di Pescara e Chieti – visto che a Teramo non ci sono colossi privati -, che hanno pagato i ristori alle cliniche private, potrebbero dover richiedere indietro i pagamenti effettuati al fine di uniformare norme e trattamenti.

Lucia Di Lorenzo: partiamo dall’inizio, quale è stato il ruolo, e quali sono state le difficoltà delle cliniche private, durate le fasi di forte emergenza della pandemia del covid-19?

Le case di cura hanno subito riduzioni di attività sostanziali e molto importanti, e non soltanto nel periodo da marzo ad aprile 2020, ma in realtà per tutto l’anno, fino ai primi mesi del 2021. Questo per una reale impossibilità di erogare le prestazioni a causa della pandemia. Da qui la decisione a livello nazionale di riconoscere ristori alle cliniche private, come alle altre imprese.
Ma solo le cliniche delle Asl dell’Aquila non hanno ricevuto questi ristori, e ci troviamo ora in una difficoltà estrema: il fatturato delle strutture dell’Aquila è sceso del 20% nel 2020 mentre i costi si sono ridotti in maniera assolutamente irrisoria, parliamo del 2-4%,  perché ai minori costi dovuti all’acquisto di materie prime per l’erogazione delle prestazioni, nel periodo in cui c’è stata la pandemia, si sono invece aggiunti i costi relativi ai tamponi, ai dispositivi di protezione, per la sicurezza dei lavoratori. E i costi fissi sono rimasti poi tutti presenti, perché le strutture non hanno mai chiuso, in quanto la Regione e la Asl ci hanno chiesto di non chiudere, perché potevamo servire sul fronte dell’emergenza pandemica.

Cosa dunque è davvero accaduto, dal punto di vista del sindacato che lei rappresenta, con i ristori covid prima annunciati e poi negati alle strutture della Asl provinciale aquilana?

Esplosa la pandemia, la Regione Abruzzo, a marzo 2020, ha sospeso le attività ordinarie sanitarie. Le Case di cura hanno ricevuto comunque ordine di non chiudere, poiché potevano essere necessarie per l’emergenza. Pertanto hanno erogato solo alcune prestazioni urgenti e sostenendo come detto tutti i costi ordinari. A novembre 20202 la Regione Abruzzo ha recepito le indicazioni nazionali sui ristori alle strutture accreditate, poi a maggio 2021, ha approvato il regolamento per l’erogazione dei ristori e  il contratto di erogazione. Nel mese di giugno 2021 le strutture della Asl dell’Aquila hanno inviato richiesta formale di ristoro. Dopo un lungo iter, la Asl provinciale dell’Aquila, a differenza di quello che è accaduto nelle altre Asl, ci ha però negato il ristoro, sostenendo che noi non abbiamo “sospeso” ma solo “ridotto” le prestazioni e nella delibera la regione della Regione c’è invece la parolina “sospensione”.  Ma è un falso problema: se la regione non avesse inteso con il termine “sospensione”, una “sostanziale riduzione” dell’attività ordinaria, come effettivamente avvenuto, la Regione non avrebbe recepito la norma nazionale che  prevedeva i ristori, e non avrebbe emanato una delibera che prevedeva un regolamento per l’erogazione.

A quanto dovrebbero ammontare i ristori ora negati?

Stiamo parlando di una cifra intorno ai 6-7 milioni di euro. Una cifra irrisoria, rispetto alle perdite accumulate dalla Asl nell’emergenza covid, e per tutta una serie di questioni anche non legate al covid. Credo proprio che non siano questi ristori a rappresentare un problema della Asl dell’Aquila, né finanziariamente né economicamente.

Come si mette ora la questione, quali saranno le contromosse delle strutture della Asl dell’Aquila, oltre ai ricorsi in appello alle sentenze avverse del Tar che hanno confermato il diniego del ristoro?

Come rappresentante Acop avevo chiesto di non fare ricorsi,  perché a mio avviso la soluzione va trovata sul tavolo regionale alla presenza della Asl. E continuo a sperare che la Regione si renda conto che è necessario un suo intervento. Giustamente la Regione può ricordare di aver  fatto un intervento normativo per erogare i ristori, e può argomentare che la responsabilità della mancato riconoscimento è della Asl. A maggior ragione serve urgentemente un chiarimento. E’ nel colloquio diretto, più che nella carta bollata, che va trovata la soluzione.

Non ritiene che la vicenda dei rimborsi covid dimostra il difficile momento che vive il rapporto tra la sanità pubblica e quella privata? Nonostante questa ultima venga considerata importante soprattutto dai pazienti nelle prestazioni convenzionate?

Il rapporto tra la sanità pubblica e la sanità privata è sempre complesso, nonostante la sanità privata eroghi più del 20% delle prestazioni, e incide sul costo complessivo delle Asl in maniera assolutamente irrisoria. Eppure viene vista come l’origine di tutti i mali, un problema e non una risorsa.  Pregiudizio che viene alimentato anche dalla stampa, ma  la sanità accreditata è cosa diversa dalla sanità completamente privata, è invece una sanità pubblica a gestione privata.
Riconosco tutte le difficoltà del pubblico che stimo profondamente, e ritengo che la sanità universalistica va difesa a tutti i costi ed è sacra.

L’INTERVISTA