PESCARA – “Le forze dell’ordine mi hanno impedito di entrare al cinema ‘Massimo’ di Pescara, dove Luciano D’Alfonso stava chiudendo la campagna elettorale. Mi ha aspettato la Digos a duecento metri. E nessuno mi ha dato una spiegazione. Siamo alla frutta, alla dittatura”.

Comincia così il suo racconto Alessio Feniello, il papà di Stefano, una delle vittime della tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) travolto da una valanga il 88 gennaio di un anno fa, del tentativo di entrare al cinema ‘Massimo’ di Pescara dove il presidente della Regione Abruzzo e candidato al Senato alle politiche di dopodomani, domenica 4 marzo, Luciano D’Alfonso, stava chiudendo la campagna elettorale del Partito democratico.

Dopo che nei giorni scorsi lo stesso Feniello era intervenuto in un ristorante di Montesilvano (Pescara) dove era in programma una cena elettorale proprio con D’Alfonso, insieme alla moglie e al cagnolino.

“Da tempo cerco di fare delle domande a D’Alfonso – continua Feniello – questa sera sono stato costretto ad allontanarmi. Hanno ammazzato mio figlio, me e la mia famiglia, io vorrei solo sapere cosa hanno fatto la mattina del 18 gennaio di un anno fa per salvare chi era nell’hotel”.

“Se D’Alfonso non è in grado di rispondere a un cittadino, come fa ad andare a Roma?”, si chiede il papà di una delle 29 vittime della tragedia di Farindola.

“Con il mio avvocato siamo d’accordo, faremo partire un esposto per quanto accaduto questa sera”, conclude. Roberto Santilli