L’AQUILA – “A differenza di quanto ci viene raccontato dal pensiero unico dominante, quasi sempre l’immigrazione non è una risorsa, ma un problema sia per i Paesi di destinazione che per quelli di origine degli immigrati. Bisogna fermare una volta per tutte il business dell’accoglienza”.

Nell’intervista ad Abruzzoweb Claudia Pagliariccio, candidata alla Camera per Casapound nel collegio uninominale L’Aquila-Marsica, ribadisce la posizione radicale sul tema delle politiche di accoglienza dei migranti. 

A chi vuole sciogliere Casapound, in quanto formazione neofascista, fuori dalla Costituzione repubblicana, l’ex candidata sindaco dell’Aquila ribatte che “il Movimento sociale italiano, che rivendicava l’eredità storica del Fascismo italiano e della Repubblica Sociale, è stato in Parlamento per quaranta anni senza che nessuno si sognasse di scioglierlo”.

E poi vibra bordate a Fratelli d’Italia e Lega, che “hanno compiuto una scelta opportunistica, alleandosi nuovamente con Silivio Berlusconi, i centristi e gli ex montiani solo per ottenere qualche poltrona in più nei collegi uninominali”. Per Pagliariccio insomma “La coalizione di centrodestra è una grande truffa”,

Claudia Pagliariccio, contate di raggiungere il 3 per cento ed entrare in parlamento? E chi appoggerete, eventualmente, con i vostri deputati?

Il primo grande risultato ottenuto da CasaPound è aver presentato le proprie liste in tutti i collegi italiani: questa è la prova della crescita del nostro movimento. Confidiamo, quindi, di superare la soglia del 3 per cento per far eleggere una quindicina di nostri parlamentari, che condurranno un’opposizione durissima agli inciuci e alle grandi coalizioni che sicuramente nasceranno dopo il 4 marzo. Nel caso molto improbabile in cui dovesse riuscire a formarsi un governo di centrodestra a trazione sovranista con Salvini premier, prenderemmo in considerazione l’idea di un appoggio esterno, votando le proposte che su Europa e immigrazione andranno nella direzione da noi auspicata.

Cosa vi differenzia da Fratelli d’Italia e Lega?

Fratelli d’Italia e Lega hanno compiuto una scelta opportunistica, alleandosi nuovamente con Berlusconi, i centristi e gli ex montiani solo per ottenere qualche poltrona in più nei collegi uninominali. La coalizione di centrodestra è una grande truffa, destinata a smontarsi dopo le elezioni: un grande calderone che contiene tutto e il contrario di tutto, da chi ha votato la legge Fornero (Berlusconi, ma anche la Meloni) a chi vuole abolirla, da chi in Europa è alleato con la Merkel nel PPE (Berlusconi) a chi vuole uscire dall’Euro (Salvini). Nel collegio aquilano,sia alla Camera che al Senato, gli elettori leghisti e di Fratelli d’Italia saranno costretti a votare all’uninominale candidati di Forza Italia, peraltro catapultati da fuori e non espressione del nostro territorio, che magari daranno il loro voto a un nuovo governo tecnico che finirà di distruggere la nostra Nazione. Altro che i patti anti-inciucio della Meloni: tutti sanno già in partenza che gli impegni saranno traditi. Votare CasaPound significa fare una scelta di coerenza, oltre a dare un chiaro segnale a un centrodestra che non è stato in grado di candidare aquilani nei collegi uninominali.

C’è chi vorrebbe sciogliere Casapound, in quanto formazione neofascista, fuori dalla Costituzione repubblicana. Cosa rispondete?

Il Movimento Sociale Italiano, che rivendicava l’eredità storica del Fascismo italiano e della Repubblica Sociale, è stato in Parlamento per quaranta anni senza che nessuno si sognasse di scioglierlo. CasaPound accetta le regole della democrazia e del gioco elettorale, ma si richiama idealmente a un’esperienza storica di durata ventennale, il cui ricordo positivo – al di là degli errori e degli aspetti non più attuali – rimane ancora vivo in molti italiani. L’unica intolleranza è di chi vorrebbe vietare con la violenza l’apertura delle nostre sedi, come accaduto a Piacenza, e tappare la bocca a chi la pensa diversamente: è l’antifascismo militante l’unico, vero ostacolo a una convivenza civile nella politica italiana.

Prima degli eccidi delle Foibe ci sono stati centinaia di migliaia di slavi uccisi, campi di concentramento, una lunga occupazione da parte del regime fascista. Perché non ricordare la Storia nella sua interezza, le colpe di vincitori e dei vinti, rispettando tutti gli esseri umani vittime della follia della guerra, dell’odio etnico, del furore ideologico, percorrendo così finalmente la via della pacificazione, settant’anni dopo?

Intanto bisogna rettificare qualche dato: l’occupazione italiana di parte della Jugoslavia è durata appena due anni, dal 1941 al 1943, e la cifra di centinaia di migliaia di slavi uccisi non ha riscontro nella realtà. Atrocità e crimini in guerra avvengono da tutte le parti, ma è inaccettabile il tentativo della sinistra di derubricare i massacri delle foibe a una semplice reazione, quasi da giustificare o almeno da minimizzare, a presunti crimini italiani.

Noi vogliamo ricordare davvero tutto, a cominciare dal fatto che quelle regioni sono state considerate storicamente italiane fin dai tempi di Dante Aligheri, che nella “Divina Commedia” faceva terminare i nostri confini a Pola, per proseguire con i tentativi di eliminazione della componente nazionale italiana portati avanti dall’Impero austriaco nel corso dell’Ottocento. Non si può pensare di prendere in esame solo venti anni di storia e darne un’interpretazione unilaterale, con l’obiettivo ideologico di giustificare i partigiani titini e incolpare sempre e comunque gli Italiani, come spesso e volentieri ha fatto la sinistra. Senza rispetto per la complessità storica e soprattutto per la propria Patria non si può avere nessuna pacificazione.

Qual è la vostra ricetta sulle politiche dell’immigrazione?

A differenza di quanto ci viene raccontato dal pensiero unico dominante, quasi sempre l’immigrazione non è una risorsa, ma un problema sia per i Paesi di destinazione che per quelli di origine degli immigrati.

Bisogna fermare una volta per tutte il business dell’accoglienza, che con il pretesto di aiutare finti rifugiati – nella stragrande maggioranza dei casi non vengono riconosciuti come tali – ingrassa le cooperative bianche e rosse, spesso vicine al potere politico. Abbiamo centinaia di migliaia di giovani africani che ciondolano per le nostre città, senza alcuna prospettiva che non sia quella di alimentare i circuiti criminali, come dimostrano i recenti fatti di cronaca. Tutti gli stranieri che non hanno titolo per stare in Italia né mezzi per sostentarsi, dunque, vanno rimpatriati. I nuovi sbarchi vanno bloccati, se necessario mediante un intervento militare che stabilizzi la Libia.

In ogni caso, la priorità nell’accesso alla casa, al lavoro e ai servizi sociali va data sempre agli Italiani: lo Stato ha il dovere di occuparsi prima di tutto dei suoi cittadini. A tale riguardo, nel nostro programma è previsto l’inserimento in Costituzione del principio dello Ius Sanguinis: è italiano chi nasce da italiani, la cittadinanza va meritata sulla base di un’effettiva integrazione e non svenduta.

Come intendete finanziarne il mutuo sociale, cosa differenzia questa proposta da altre forme di sostegno universale al reddito proposte da altre forze politiche?

Il progetto del mutuo sociale, vero e proprio cavallo di battaglia del nostro movimento, prevede nella sua nuova formulazione la possibilità per ogni nucleo familiare di chiedere l’acquisto da parte di una banca – o, in caso di rifiuto, di apposito istituto pubblico – dell’unità immobiliare prescelta, che verrebbe poi riscattata con una rata mensile pari a un quarto delle entrate familiari.

In questo modo non ci sarebbe nessun prestito da restituire e nessun bene da mettere a garanzia (con tutti i rischi che ne conseguono), ma semplicemente un’operazione di riscatto a condizioni agevolate della casa in cui si vive. I costi del progetto, come si capisce, sarebbero assolutamente limitati, perché le banche – o l’Ente per il Mutuo Sociale – manterrebbero comunque la proprietà degli immobili acquistati, in caso di insolvenza della famiglia. Va prevista anche una grande operazione di rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, che dovrebbe prevedere però la vendita al prezzo di costo degli appartamenti edificati. A questo si aggiunge la nostra proposta del Reddito nazionale di natalità, che prevede un sostegno di 500 euro al mese, dalla nascita al compimento dei 16 anni, per ogni bambino italiano.

Si tratta di una misura mirata e specifica, che può essere coperta ad esempio mediante la riduzione dei costi per l’accoglienza degli stranieri irregolari e con la sostituzione dei vari bonus una tantum finora previsti. Non condividiamo il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle, perché riteniamo che agli Italiani vada garantito il diritto al lavoro, con la dignità che ne consegue, e non palliativi che li rendano dipendenti dallo Stato e assuefatti a una situazione di crescente disoccupazione e precarietà.

Uscita dall’euro e ritorno alla lira in 14 mesi, nazionalizzazione delle banche e dazi doganali: mica uno scherzo, in un mondo globalizzato e sempre più interconesso…

Non è uno scherzo, ma è l’unica strada possibile per recuperare la nostra libertà e il nostro benessere. L’Euro è ormai un progetto fallito, che rimane in piedi solo per ragioni politiche: una valuta senza Stato, utilizzata da economie diverse, è una vera assurdità dal punto di vista economico.

La moneta unica è troppo debole per nazioni come la Germania, che hanno visto incrementate in maniera sleale le proprie esportazioni, e troppo forte per l’Italia, le cui imprese sono strozzate da questo sistema che non consente il naturale riallineamento dei tassi di cambio. Il cambio bloccato fa sì che l’unica leva a disposizione per recuperare competitività e pareggiare i conti esteri sia tagliare salari e redditi degli Italiani, come avvenuto a partire dal governo Monti in poi. Bisogna interrompere questa spirale senza fine, riconquistare la nostra sovranità monetaria, rimettere la Banca Centrale sotto il controllo del Governo, come avviene ad esempio in Giappone, e tornare ad assegnare allo Stato e agli investimenti pubblici un ruolo importante nella gestione dell’economia nazionale. Solo così potremo tornare a crescere e a evitare la deindustrializzazione della nostra Nazione.

C’è chi sostiene che calcare così tanto la mano sulla questione immigrazione non fa altro che alimentare una guerra tra poveri, nei quartieri, nelle classi subalterne. Che posto occupa invece nel vostro programma la lotta alla disuguaglianza, alla concentrazione della ricchezza in poche mani, anche italiane, a quella che un tempo era chiamata la plutocrazia?

Chi dice che i cosiddetti populisti alimentano la guerra tra i poveri non ha capito che questa guerra esiste già: l’immigrazione incontrollata determina una concorrenza feroce sul mercato del lavoro, così come nell’accesso ai servizi sociali erogati dallo Stato. Le risorse non sono infinite: dare a qualcuno significa inevitabilmente togliere a qualcun altro.

Quanto alla lotta alla “plutocrazia”, il nostro programma ha una fortissima impronta sociale. Il primo punto per la tutela dei ceti più deboli è proprio la restituzione allo Stato del suo ruolo di direzione dell’economia, praticamente azzerato dalla privatizzazione selvaggia delle imprese e dei servizi pubblici degli ultimi 30 anni e dal processo di integrazione europea. I servizi ai cittadini, dalla scuola alla sanità fino alle grandi reti infrastrutturali (comprese quelle autostradali), devono tornare sotto la gestione pubblica e non ingrassare i grandi soggetti privati.

Il lavoro deve tornare stabile e ben pagato: occorre cancellare il Jobs Act e tutte le riforme che hanno generato solo precarietà, così come bisogna dare attuazione all’art. 46 della Costituzione sulla partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese. Proponiamo anche una riforma bancaria che tuteli i piccoli risparmiatori, separando le banche commerciali da quelle di investimento, così comela difesa dei piccoli contribuenti in difficoltà dai veri e propri espropri legalizzati praticati dalle società di riscossione, oltre che un aumento della tassazione sulle grandi rendite speculative e sui giganteschi patrimoni immobiliari in mano a banche e grandi imprese.

Che giudizio dà dei primi mesi dell’amministrazione di centrodestra di Pierluigi Biondi al Comune dell’Aquila, soprattutto sul versante della ricostruzione?

Dopo l’elezione di Pierluigi Biondi avevamo manifestato l’intenzione di condurre un’opposizione serena e costruttiva dall’esterno del Consiglio comunale. Sei mesi sono troppo pochi per esprimere un giudizio, ma mi sembra di poter dire che molte buone intenzioni dell’amministrazione di centrodestra – dal rilancio del Gran Sasso alla preferenza nazionale nei Progetti C.A.S.E. – trovino difficoltà a realizzarsi concretamente. Nei primi mesi abbiamo visto qualche segno di discontinuità, ma ora l’azione amministrativa sembra essersi rallentata, forse anche a causa delle divisioni nella maggioranza e delle tensioni pre-elettorali. Come dicevamo in campagna elettorale, per amministrare bene bisogna non solo essere onesti e capaci, ma anche liberi dal ricatto di compagni di viaggio interessati esclusivamente al proprio tornaconto.

Che giudizio dà dei quattro anni del governo di centrosinistra di Luciano D’Alfonso alla Regione Abruzzo?

In queste settimane sto visitando i comuni del mio collegio, fino al più piccolo paese, e ho avuto ulteriore conferma del fatto che la situazione delle nostre aree interne è scoraggiante: interi paesi sono ormai quasi completamente spopolati, per non parlare della ricostruzione dei borghi all’interno del cratere sismico, completamente assente. In questi anni la Regione Abruzzo ha dimenticato le aree interne: della legge su L’Aquila capoluogo, sbandierata con tanta enfasi dai Lolli e dai Pietrucci ai tempi delle elezioni, non c’è più traccia.

La forbice tra zone costiere e montane, se possibile, è aumentata: le esigenze di queste ultime, accresciute dai tragici eventi sismici che abbiamo subito, non sono state tenute in nessuna considerazione e a nulla vale che, a qualche settimana dalle elezioni, D’Alfonso si ripresenti a Campotosto insieme alla senatrice Pezzopane a fare campagna elettorale.Il fatto che il governatore consideri la sua permanenza alla guida della Regione come ripiego nel caso in cui non riuscisse a diventare ministro rende poi l’idea del rispetto da lui nutrito nei confronti di tutti i cittadini abruzzesi.