TERAMO – Nell’entroterra abruzzese le montagne e le colline franano, devastano strade e isolano dal mondo paesi e contrade, ma non è solo fatalità: si è persa anche una cultura diffusa della prevenzione.
È venuta a mancare, in particolare, la certosina e quotidiana opera di manutenzione del territorio rurale svolta dal contadino, per esempio attraverso il controllo e la gestione delle acque piovane e la messa a dimora nei punti critici di alberi e arbusti, che con le loro forti radici consolidavano il terreno.
Nasce da questa consapevolezza l’opera degli aderenti all’Associazione italiana per l’ingegneria naturalistica (Aipin), che molto hanno da dire sull’emergenza oramai tradizionale del dissesto idrogeologico che attanaglia l’Abruzzo.
E ancor più sulla prevenzione perché, spiega ad AbruzzoWeb il presidente della sezione regionale Lino Ruggieri, “l’ingegneria naturalistica è in grado di fornire tecniche appropriate per risolvere o ridurre i problemi di dissesto del suolo e di riqualificazione ambientale. E in questa ottica – rimarca – è importante anche un approccio multidisciplinare alla formazione e conta individuare nell’agricoltore il custode dell’ambiente e del territorio”.
L’ingegneria naturalistica è una disciplina che, negli interventi antierosivi, stabilizzanti, di consolidamento o anche di sola rinaturalizzazione, utilizza come materiale da costruzione le piante vive autoctone, da sole o in abbinamento con altri materiali come paglia, legno, pietrame, reti metalliche, biostuoie, e geosintetici.
Le specie più usate in ambito collinare sono, per esempio, la rosa canina, la ginestra, il prugnolo, il sanguinello, il ligustro, la fusaggine, mentre in ambito fluviale i salici arbustivi e in ambito costiero la tamerice.
L’Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia e molte altre regioni italiane hanno approvato già da tempo una legge che impone di intervenire prioritariamente con tecniche di ingegneria naturalistica, e solo se queste non risultano adeguate al caso specifico è consentito fare ricorso ad altre tecniche incentrate sul cemento armato.
Questo non accade nell’Abruzzo martoriato dalle frane dove, in primis nelle aree collinari, sono decine e decine le strade interrotte, non riparate e che aumentano di numero anno dopo anno.
Nell’Abruzzo che, attesta una recente ricerca dell’Ispra, è la terza regione in Italia, dopo la Valle d’Aosta e la Campania, per pericolosità da frana molto elevata (P4) con il 5,8% del territorio interessato, quando la media italiana è del 2,9%.
Un’emergenza che si è acuita con le eccezionali nevicate del gennaio scorso, passate alle cronache nazionali per la tragedia del crollo dell’hotel di Rigopiano vista anche la concomitanza di forti scosse di terremoto.
Una buona risposta è, senz’altro, arrivata dalla Regione che ha stanziato, attingendo ai fondi europei, quasi 100 milioni di euro che serviranno a finanziare interventi per il rischio frane, valanghe, alluvioni e per la difesa della costa.
Nel Piano di sviluppo rurale (Psr) 2014 -2020 ci sono, poi, diverse sottomisure che finanziano “la realizzazione o il ripristino di muretti a secco, terrazzamenti, gradonamenti, consolidamento di terreni in forte pendenza all’interno delle superfici aziendali, attraverso sistemazioni e soluzioni di ingegneria naturalistica”.
Un passo importante, dopo decenni di disinteresse, ma la vera messa in sicurezza passa anche per una svolta culturale, per un mutamento di asse nelle politiche del territorio, che restituiscano centralità e importanza alle aree interne, ora marginali.
Basti un esempio: molte strade travolte dalle frane e che oggi isolano intere frazioni e rendono la vita impossibile a chi ci abita, attraversano le colline coltivate, a ridosso della carreggiata.
Un terreno coltivato è, però, denudato, senza manto erboso, ed è soggetto all’erosione, all’aumento del ruscellamento delle acque superficiali, e se nessuno interviene sono proprio questi i fattori che, alla lunga, provocano gli smottamenti.
Il controllo e la gestione delle acque superficiali la facevano i contadini, con canali, scoli e stagni di raccolta. Le parti più scoscese del terreno non erano coltivate, ma venivano piantumate con arbusti che, con le loro radici, assolvono la stessa funzione di un muro di contenimento.
Ora di contadini ce ne sono molti di meno e si è persa anche questa cultura della prevenzione.
Ed è in questo asse che si inserisce la proposta dell’ingegneria naturalistica, che molto punta sulla formazione, sulla disseminazione della cultura della prevenzione presso amministratori locali, cittadini e soprattutto agricoltori.
“In questi ultimi anni si è andato sempre più affermando il ruolo multifunzionale dell’agricoltura e la riscoperta dell’agro-ecologia come diverso approccio alla gestione degli agro-ecosistemi – spiega Ruggieri – consapevoli della necessità di dover tutelare e conservare la qualità ambientale del proprio territorio, per poter produrre beni e servizi di qualità”.
Già da alcuni anni, fa notare l’esperto, “consapevole che è sempre preferibile favorire il presidio e la manutenzione periodica del territorio e delle opere, piuttosto che costosissime ricostruzioni in condizioni di emergenza a seguito di eventi catastrofici, l’Aipin Abruzzo si è fatta promotrice di organizzare numerosi corsi di formazione, coinvolgendo in primo luogo gli enti gestori delle aree protette del territorio regionale e le diverse figure professionali coinvolte”.
“L’idea centrale dei corsi di formazione, che presentano una impostazione multidisciplinare, è quella di individuare nell’agricoltore il custode dell’ambiente e del territorio – sottolinea – in grado, una volta che si è riappropriato di un sapere antico, di promuovere, in particolare negli ambienti collinari e montani, la salvaguardia del paesaggio agrario e forestale, la cura e mantenimento delle reti stradali rurali e dell’assetto idraulico e idrogeologico”.
Ruggeri ricorda anche che “la normativa nazionale già permette alla pubblica amministrazione, in deroga a quelle che sono le normative vigenti, di poter assegnare direttamente agli agricoltori, attraverso cottimo fiduciario, lavori di ripristino, di manutenzione e di miglioramento del paesaggio rurale”.
Tali obiettivi possono essere raggiunti tramite interventi in grado sia di prevenire e ridurre i fenomeni erosivi, quali l’incremento della componente organica del suolo e la copertura dello stesso con residui colturali di origine vegetale (cover crops), che di inerbire, stabilizzare e consolidare i versanti con tecniche di ingegneria naturalistica, dirette alla ricostruzione della copertura vegetale e ad assicurarne la stabilità.
“Purtroppo manca una cultura progettuale multiobiettivo – ammette poi – Una possibile strategia potrebbe essere quella di approvare anche in Abruzzo una legge per l’ingegneria naturalistica capace di attivare una domanda di informazione e formazione dei tecnici degli enti pubblici, dei professionisti e degli agricoltori, garantire e permette il rilancio dei vivai forestali, oggi in via di riorganizzazione e riduzione, gli unici in grado di garantire materiale vegetale autoctono, necessario per gli interventi nelle aree protette e promuovere il consolidamento della filiera forestale della paleria in castagno”.
“Un intervento organico di questo tipo può anche contribuire a creare quel circolo virtuoso necessario per il rilancio delle aree interne, per rendere possibile la diffusione di una cultura della prevenzione del territorio rurale e per integrare i redditi degli agricoltori, condizione questa necessaria per non determinare l’abbandono definitivo dei pochi rimasti”, conclude.






