* esponente aquilano di lungo corso della sinistra di classe

L’AQUILA – L’Italia è fanalino di coda tra i paesi Ocse in quanto a retribuzione da lavoro. Negli ultimi anni la nostra forza lavoro è in rapido invecchiamento e sempre meno formata. Padroni e padroncini, dove c’è da investire, come d’altronde fanno sulla sicurezza hanno una tasca a “ciammarica”, non trovano mai i soldi.

L’intera politica sul reddito è votata alla deflazione salariale per meglio competere nei mercati internazionali, una delle prove del fiato corto del capitalismo italiano.

Quello europeo, però, non è messo meglio, visto il fallimento delle élite tedesche.

Pensare di dominare i rapporti di forza planetari con un neomercantilismo di ritorno, soprattutto in un mondo in rapida evoluzione, non è stata una scelta azzeccata. Nel nostro Paese la distribuzione del reddito ha favorito sempre più il profitto a scapito dai redditi da lavoro: 60 per cento per i profitti, 40 per cento per i redditi da lavoro.

Tra il 1991 e il 2022 i salari reali sono cresciuti solo dell’1 per cento a fronte del 32,5 per cento in media registrato nell’area Ocse, ma sono ancora troppi quelli che evadono quando compare una domandina: perché è dal 1992 che i salari dei lavoratrici e lavoratori sono rimasti al palo? Gli europeisti hanno la coda di paglia, dunque tendono sempre a svicolare sul fatto che l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht avviò politiche di austerità e impose il blocco dei salari.

E proprio nel biennio 1992/1993 che gli accordi sulla concertazione tra i governi (Amato e Ciampi) portarono sia all’eliminazione definitiva della scala mobile che all’aggancio dei salari all’inflazione reale. Poi, col beneplacito dei sindacati arrivò l’aggancio alla inflazione programmata. Cioè fumo. Nulla di nulla. Ci fu resistenza. Consigli di fabbrica, movimenti di base sindacati conflittuali si opposero. Una grande manifestazione nazionale di massa rilanciò su temi del salari del carovita dell’occupazione. Trecentomila invasero Piazza San Giovanni a Roma. Il Manifesto (il giornale Comunista, quello vero, quello autentico) aprì con l’ottimo titolo “La Solitudine dei 300.000”.

Quel meccanismo imposto ha agito sistematicamente sui contratti nazionali sia pubblici che privati, imponendo una moderazione salariale indecente. Pur tuttavia i nodi domande e richieste non possono essere sottaciute ne evase.

E il balletto del governo e dei sindacati, complici pur nei differenti spartiti, appaiono quantomeno inadeguati e dilatatori. Il governo ha deciso di fare suo il programma di Draghi. Un’ agenda che prevede l’impoverimento ulteriore del ceto medio, una ulteriore mazzata per tutte le classi deboli e l’allineamento completo in politica estera ai diktat delle politiche imperialistiche degli Stati Uniti.

E anche in questo caso non si può non omettere il ruolo negativo del sindacato. Esso nel corso degli anni ha assecondato, ha fatto sue, molto spesso, queste politiche defllattive, in special modo quando esse avevano come protagonisti il centrosinistra, ma, soprattutto, hanno disabituato le lavoratrici e i lavoratori alla lotta alla rivendicazione.

Hanno costruito una idea di falsa coscienza, trasformando soggetti sociali in “citoyenne”, individui atomizzati.