L’AQUILA – Una data ricca di grandi significati, sotto ogni profilo. Il 25 aprile è la Festa della Liberazione, il giorno in cui si celebra l’avvio delle ultime e decisive operazioni per la definitiva cacciata dall’Italia dell’orco nazi-fascista, in cui si gettano le basi per la casa della democrazia, in cui le donne e gli uomini del Paese cominciano a lavorare faticosamente per un futuro più sereno per sé e per le future generazioni.

Storicamente, quel 25 aprile si colloca alla fine di un evento epocale e al contempo di estrema crudeltà: la Seconda Guerra mondiale.

Ma sono del parere che dobbiamo cominciare a considerare questa data come un momento di riflessione su tutti coloro che hanno operato, fino all’estremo sacrificio della vita, per la difesa dell’Italia, della sua libertà, dei suoi valori, della sua conclamata radice storica.

La Seconda Guerra mondiale, combattuta con armi già tecnologicamente avanzate sotto i riflettori di un apparato mediatico già sviluppato, ha finito inevitabilmente per relegare in un piano apparentemente secondario il primo grande conflitto.

A poco più di un secolo dallo scoppio di quel triste evento, dobbiamo renderci conto che questa è un’immagine falsata. Tra il 1914 e il 1918 venne travolta un’intera generazione e anche i reduci ne portarono i segni per tutta la vita.

I morti della Prima Guerra mondiale furono complessivamente 70 milioni, 2 milioni solo gli italiani. Tutto ciò non può che portare a una conclusione: anche quelle vittime italiane furono martiri per la nostra libertà e anche a loro dobbiamo rivolgere il pensiero il 25 aprile: anche loro hanno firmato la Liberazione del Paese con il loro sangue.

A ricordarci questo aspetto è stato un lavoro teatrale recentemente rappresentato all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila: “Lontano, da qualche parte…”, realizzato dall’Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea e dalla Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti, drammaturgia di Carla Arduini, per la regia di Fabrizio Pompei.

Una donna diabolicamente seducente, che impersona la Guerra, ammalia un giovane facendogli credere che, con le armi in mano e con la voglia di uccidere i nemici, sarà ricoperto di una gloria effimera. La vita dei soldati è un gioco a testa o croce: se vinci vivi, se perdi muori.

“Spara” è l’invito che la Guerra (e cioè, la morte) rivolge più volte al soldato, che, appena giunto nella trincea dopo l’addestramento militare, si rende conto di quanto sia orribile lo scenario in cui viene a trovarsi e dal quale sa di non poter più fuggire; la sua, in fondo, è una storia come quella di tanti che vissero quell’orrore, provando la paura degli assalti, il freddo delle linee avanzate di combattimento, la nostalgia della donna amata e dei familiari, la disillusione.

“Lontano, da qualche parte, c’è la vita, e nessuno immagina che noi imputridiamo ancor prima di esser morti”: è uno dei pensieri del soldato, che, alla fine, perderà la sfida a testa o croce con la Guerra-morte e sarà portato via da lei…

In fondo, quel soldato è uno dei milioni di italiani che hanno dato il loro apporto alla libertà dell’Italia. In un’altra guerra rispetto a quella direttamente legata alla Festa della Liberazione, ma pur sempre da considerarsi eroi della libertà.

Perché la guerra è sempre quella, sempre la stessa, indipendentemente dall’epoca in cui è scoppiata. È vero che c’è spazio per ricordare i nostri martiri del ’15-18 il 4 novembre, giorno della vittoria di quella Prima Guerra mondiale, delle Forze armate, dell’Unità nazionale. Ma facciamolo anche il 25 aprile: perché la Liberazione porta anche il loro segno immortale.