CHIETI – Il secondo rinvio a giudizio per il direttore generale dell’università d’Annunzio Filippo Del Vecchio (che tecnicamente arriverà nell’arco di dieci giorni attraverso un formale decreto di citazione a giudizio), ormai è cosa certa e negli ambienti dell’università teatino-pescarese i rappresentanti dei lavoratori, incassata la vittoria giudiziaria (sebbene si tratti solo di un rinvio a giudizio) scendono in campo per chiedere le dimissioni del direttore generale.

Il primo a parlare è il rappresentante del personale in Senato accademico e segretario territoriale del sindacato Csa Cisal, Goffredo De Carolis: “La richiesta di dimissioni dell’intero vertice universitario da parte delle forze sindacali (tutte tranne il Cisapuni), verrà riproposta con più forza, partendo dal fatto che il direttore generale della prima università abruzzese, almeno in termini di iscritti, è un uomo sul quale gravano due rinvii a giudizio”. 

“Chiediamo che il rettore Carmine Di Ilio – dice il senatore accademico – prenda semplicemente atto di questa circostanza e agisca di conseguenza. Tanto più che il direttore generale ricopre anche il ruolo di responsabile dell’anticorruzione e della trasparenza”.

Il primo dei due rinvii a giudizio riguarda fatti aquilani, risalenti all’epoca in cui Del Vecchio ricopriva il ruolo di direttore generale all’università dell’Aquila. La vicenda è quella dei cosiddetti “affitti gonfiati” all’università e vede l’ex dg imputato di abuso d’ufficio insieme all’ex rettore dell’ateneo Ferdinando Di Orio.

Il secondo è quello che arriverà al massimo tra dieci giorni, che vede il direttore generale doversi difendere dalle accuse di diffamazione e violazione della privacy. Ad accusarlo è una sessantina di dipendenti dell’ateneo teatino-pescarese che a gennaio 2015 avevano inondato la Procura teatina di querele contro Del Vecchio.

Non solo, “quando ci sarà il rinvio a giudizio – annuncia De Carolis – partiranno anche le richieste di risarcimento danni da parte di coloro che si sono sentiti diffamati e hanno sentito leso il proprio diritto alla riservatezza”.

La vicenda risale all’ottobre del 2014, quando Del Vecchio aveva fatto pubblicare, sia sul sito internet dell’ateneo che via mail a tutto il personale, una lista di 113 dipendenti che avrebbero, a suo dire, percepito soldi in eccesso nel corso della passata gestione universitaria, quella affidata all’ex rettore Franco Cuccurullo e all’ex dg Marco Napoleone. Di qui l’ironica indicazione di quel periodo come del “paradiso Napoleone”.

La lista conteneva nomi, cognomi e cifre dei compensi. Una sessantina di dipendenti, tra i 113 della lista, reagirono querelando, una iniziativa che viaggiò di pari passo a quella di un esposto al Garante della Privacy che diede ragione al personale e sanzionò il vertice universitario.

Il direttore generale, da parte sua, aveva sempre obiettato di sentirsi legittimato alla pubblicazione di quei dati dalla legge sulla trasparenza, trattandosi tra l’altro di rendicontazione di soldi pubblici.

La Procura aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta, ma il pool di avvocati assoldato dai dipendenti aveva fatto opposizione. A decidere su tale richiesta è stato il gip Redaelli che nella mattina di giovedì 28 aprile ha sciolto le riserve e ha disposto l’imputazione coatta nei confronti di Del Vecchio. Ciò significa che il direttore generale dovrà affrontare un secondo processo, dopo quello che lo vede protagonista all’Aquila.