L’AQUILA – Ci prova, la primavera, a palesarsi anche all’Aquila dopo la burocrazia naturale del 21 marzo.
Ci prova, ma per ora fa ancora fatica. Un po’ come il giovane Luca, lavoratore precario che a pochi anni dai trenta potrebbe chiudere la sua esperienza aquilana per cercare fortuna altrove, forse anche al di fuori dei confini nazionali. “Vorrei restare, il mio sogno è questo, ma la mia città ed il mio Paese sembra che facciano di tutto per mandarci via”, dice ad AbruzzoWeb Luca, con rammarico e consapevolezza. Anche perché per lui, come per tanti giovani della sua generazione, l’età più bella è stata segnata dal sisma del 2009.
Ma oggi, più che la terra che trema, a far paura è una realtà che sembra respingere chi invece vorrebbe costruirci un futuro
. “L’Aquila è casa, è il posto dove ho imparato tutto quello che so, ma è anche la città in cui non ho mai vissuto davvero una situazione normale perché il terremoto me l’ha portata nel momento in cui avrei potuto e dovuto iniziare a conoscerla in piedi e non rasa al suolo”, continua.
Le parole del giovane si inseriscono drammaticamente in un contesto nazionale e locale da brividi: secondo gli ultimi dati Istat, l’Italia ha registrato nel 2024 meno di 400mila nascite, il dato più basso dall’Unità d’Italia; in Abruzzo, il trend segue questa scia, visto che nel 2023, sono nati poco più di 5mila bambini, a fronte di oltre 12mila decessi: un saldo naturale ampiamente negativo, ed il calo della natalità si accompagna all’invecchiamento della popolazione, considerato che la quota di over 65 in Abruzzo supera il 24 per cento e la fascia giovanile sotto i 14 anni è inferiore al 13 per cento.
“Da quel momento in poi – aggiunge Luca – è stato tutto un cantiere, una transizione continua. Ho visto più impalcature che piazze vere, più container che negozi. Eppure, ci sono affezionato. Nonostante tutto, non ho mai voluto andarmene. Però, credo sia arrivata l’ora di guardarmi intorno. E di prendere una decisione, una direzione. Che potrebbe non essere quella che ho nel profondo del cuore, ossia rimanere”. “I miei genitori non riescono più ad aiutarmi economicamente – spiega quindi il giovane – ed io non posso più pensare di fare soltanto lavori precari per restare nella mia città”.
Sono ovviamente consapevole della precarietà e della disoccupazione che in Italia hanno toccato livelli record, poiché le vivo sulla mia pelle, ma di occasioni di lavoro stabile e pagato più che dignitosamente se ne vedono sempre meno”, ammette. “E allora potrei tentare, come altri miei coetanei ed amici, di provare a costruire qualcosa all’estero. Conoscendo e parlando l’inglese e lo spagnolo…”, afferma ancora.
“Il terremoto non credo abbia esaurito la sua Forza purtroppo dirompente – dice allora Luca -. La ricostruzione va avanti a pezzi, del resto quella del 6 Aprile 2009 è stata una catastrofe e quindi il tempo per ricostruire tutto serve. E ne servirà ancora molto”.
“Nel frattempo, la nostra vita va avanti. Ed io ho quasi trent’anni, tra poco io. sarò più un giovane. Devo decidere, con la consapevolezza che L’Aquila non può offrire più una condizione buona per crescere. Ed è qualcosa che mi fa male. Perché sono cresciuto con l’amore per la mia città. Che vorrei fosse ricambiato”, conclude.





