L’AQUILA – Sono stati i proprietari di due abitazioni classificate “A” dopo il terremoto dell’Aquila, con danni lievi e un contributo di riparazione fino a massimo 10 mila euro, a far scattare l’inchiesta ormai ribattezzata “Ricostruziopoli”, che ha portato all’arresto ai domiciliari di Carlo Ciotti, imprenditore di 52 anni.

È quanto emerge dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari, Giuseppe Romano Gargarella.

Ciotti è accusato di truffa e falso e indagato assieme ad altri 13 tecnici e 29 tra proprietari e amministratori di condominio (43 in tutto), con l’ipotesi che abbia gonfiato le fatture dei lavori di ricostruzione svolti per farci la cresta.

La ditta si era accaparrata 158 cantieri per 12,7 milioni di euro di lavori; le indagini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza dell’Aquila hanno evidenziato 58 casi di irregolarità e sono state le uniche due “A” del mazzo a scoperchiare il giochetto.

In quei casi, infatti, dopo essere stato scoperto o sospettato, l’imprenditore è stato denunciato dai proprietari degli immobili e i successivi sopralluoghi dei tecnici comunali hanno confermato le irregolarità.

Giovanni Flati, figlio della signora Basilia Scarsella, deceduta nel 2011, ha richiesto lui stesso un’ispezione per verificare le riparazioni sull’alloggio della madre. Il risultato? “Veniva contestata la mancata esecuzione in toto delle opere”. Insomma, i 10 mila erano stati incassati, le opere non eseguite.

Stesso discorso per la signora Anna Ciavola: contributo sì, lavori no, e conseguente denuncia alla magistratura.

Ciotti ha restituito al Comune dell’Aquila gli importi che aveva incassato illecitamente, ma questa mossa non è bastata a evitare le indagini.

La restituzione di 20 mila euro è stata la prima breccia in un sistema che fino ad allora aveva funzionato egregiamente, soddisfacendo tutti: l’imprenditore, che secondo gli inquirenti si è messo in tasca quasi 500 mila euro, e i tecnici, che hanno portato a casa qualche utile extra.

In un passaggio dell’ordinanza si spiega infatti che in relazione alla somma di oltre 486.353,47 euro che rappresentano il totale della truffa consumata, l’arrestato “ha provveduto autonomamente alla restituzione di euro 19.619,89” e per questo “l’importo indebitamente percepito dallo stesso imprenditore e dai direttori edili deve essere quantificato in 466.733,58”.

Sperava magari che la cosa si chiudesse lì. Invece è stato l’inizio della fine.