L’AQUILA – Il governo apre una guerra tra poveri per il fondo da 900 milioni di euro che, in quota parte, dovrebbe finanziare la ricostruzione dell’Aquila e del “cratere”.
Un budget per “interventi urgenti a favore delle università, delle famiglie, dei giovani, in materia sociale, per la ricostruzione dei territori colpiti dal sisma dell’Aquila nonché per il sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione”, come si legge nel disegno di legge Stabilità in discussione alla Camera, la vecchia finanziaria che serviva per dare le indicazioni generali al bilancio dello Stato e, spesso, appioppare qualche nuova tassa agli italiani.
Il nome è cambiato ma le finalità no: si tratta del documento in cui l’esecutivo nazionale traccia le strategie politiche per l’anno successivo e individua i relativi capitoli di entrata e di uscita al netto delle spese fisse.
Il “tesoretto” di 900 milioni, chiamato anche “fondo Letta” perché istituito per volere dell’ex sottosegretario abruzzese Gianni Letta, viene gestito direttamente dal presidente del Consiglio attraverso appositi decreti che ne indicano la finalizzazione, una sorta di isola felice extra territoriale dove in genere i partiti non mettono le mani.
Però quello da cui pescare importanti risorse per L’Aquila è lo stesso “pozzo” al quale ha fatto riferimento il ministro dell’Economia Vittorio Grilli, annunciando il suo utilizzo parziale per finanziare le cure per i malati di sclerosi laterale amiotrofica (Sla), una vicenda su cui si sono concentrate infuocate polemiche, considerato che il governo le aveva ridotte a 100 milioni di euro a fronte dei 400 necessari.
Certamente una buona notizia per le persone affette da Sla ma che fa emergere la circostanza di una coperta che si fa sempre più corta: continuando ad ampliare la platea di coloro che sperano di ottenere risorse dal forziere privato del premier Mario Monti, si rischia di fare tutti scontenti.
Neanche è immaginabile una battaglia istituzionale per spostare dalla propria parte quanti più soldi possibili perché si arriverebbe a un’ingenerosa tenzone tra categorie deboli: chi avrà il coraggio di dire che le popolazioni terremotate hanno più diritto di un malato o che i processi di pace ne hanno di più rispetto alle famiglie?
Probabilmente sarebbe stato più giusto separare i percorsi e prevedere capitoli specifici per ogni voce con risorse certe e dedicate ai singoli interventi, in assenza dei quali è impossibile programmare l’anno prossimo.
Dal 1° gennaio 2013, infatti, entrerà a pieno regime la nuova governance voluta dal ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca che, in teoria, punta a consegnare nelle mani degli enti locali il futuro della ricostruzione, ma che in realtà ha dimostrato tutta la sua fragilità.
Vedi, in tal senso, la necessità di nominare il suo braccio destro per le questioni tecniche, Aldo Mancurti, a mini-commissario per la chiusura della contabilità speciale, e individuare due mega-dirigenti per vigilare sull’Aquila e sul resto dei paesi, rispettivamente Paolo Aielli e Paolo Esposito.
Senza contare l’impreparazione nel dare un’alternativa rapida all’esaurimento del plafond da 2 miliardi messo a disposizione da Cassa depositi e prestiti per riparare le abitazioni danneggiate dal sisma.
La storia del fondo da 900 milioni dimostra che si continua a navigare a vista, ma una barca in preda alle onde prima o poi finisce per schiantarsi.



